…Per capire se sei innamorato conta solo un parametro: hai la secchezza delle fauci? “Chiedimi se sono felice”, Aldo, Giovanni e Giacomo: il teatro della vita può far ridere (di Alessandro Di Giuseppe)

“Il cinema italiano è in crisi!”
“Il cinema italiano? Lo considero un’ombra sfocata delle glorie del passato”
“Non guardo più il cinema italiano: le storie sono troppo banali e il livello è sempre più basso”
“Ancora non l’avete capito? IL CINEMA ITALIANO È MORTO!”

Dite la verità, quante volte avete sentito, magari dai vostri amici cinefili con la puzzina sotto il naso, queste frasi? Io almeno un migliaio: di solito il cinefilo con la puzzina sotto il naso, commentando un film italiano che NON hanno visto, iniziano a parlare di qualcosa che non c’entra niente (di solito ci tirano dentro gente tipo Tarkovskij, Orson Welles, Buster Keaton e Charlie Chaplin) e poi, facendo un volo pindarico attraverso generi e film completamente diversi tra di loro, sentenziano, anche con una certa soddisfazione personale-di solito hanno un sorriso stampato in faccia e lo sguardo di Klaus Kinski in “Fitzcarraldo”-che “Il cinema italiano è in crisi!”, che “Il cinema italiano? Lo considero un’ombra sfocata delle glorie del passato”, che “Non guardo più il cinema italiano: le storie sono troppo banali e il livello è sempre più basso” e che “ancora non l’avete capito? IL CINEMA ITALIANO È MORTO!”
Ma se pensate che questi vostri amici cinefili con la puzzina sotto il naso si siano inventati qualcosa o abbiano scoperto l’acqua calda, vi state sbagliando: il dibattito sul cinema italiano, sullo stato vitale del cinema italiano, è un tema abbastanza ricorrente nel dibattito sul cinema-esce fuori come la luna piena: in modo ciclico-e fu affrontato già da Cesare Zavattini (il Dio del nuovo cinema italiano) nel primo cinegiornale libero di Roma. Ed erano ancora gli anni ’60-ed è sempre bello riempircisi la bocca.
Ma perché il cinema italiano è in crisi? Perché è morto? Su che basi lo diciamo? E, soprattutto, rispetto a cosa fa schifo?
Pensiamoci un attimo: se le produzioni che vanno forte in Italia non ci soddisfano, la colpa non è mica dei produttori o degli esercenti!
Mi spiego meglio (e male): se produttore A decide di fare un film in cui ci sono tette scoperte, panettoni che scoreggiano e battute inutile ed obbliga distributore B a piazzare il film nelle sale C,D ed E. Se il film va bene, produttore A intasca soldi, distributore B anche, sale C, D ed E uguale. Se il film fa cagare, tutti ci perdono e produttore A deve cambiare il genere di film che produce altrimenti va in rosso ed è costretto a chiudere baracca e burattini.
Ecco, detta in questi termini, tutta la faccenda può sembrare facile. In realtà non è proprio così semplice, ma il meccanismo è lo stesso: se un mucchio di persone non va a guardare un brutto film, quel brutto film non ha successo.
Ma perché me la sono presa con la commedia?
Perché in Italia tutti se la prendono con i cinepanettoni e poi si lamentano che esistono.
Bene, a me la commedia italiana piace.
E questo è il primo film che ho amato.
E se qualcuno ricominciasse a produrre più film come questo, beh, il cinema italiano sarebbe veramente un posto bellissimo da visitare:

chiedimi-se-sono-felice

 

TITOLO: Chiedimi se sono felice

ANNO: 2000

SCENEGGIATURA: Aldo, Giovanni e Giacomo, Massimo Venier, Paolo Cananzi, Walter Fontana, Graziano Ferrari

REGIA: Aldo, Giovanni e Giacomo, Massimo Venier

PRODUTTORE: Paolo Guerra

CAST: Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Marina Massironi, Silvana Fallisi, Paola Cortellesi, Daniela Cristofari, Augusto Zucconi, Beppe Battiston, Arturo Brachetti

 

 

 

 

 

 

TRAMA:

Le cinque di mattina in un’uggiosa e nebbiosa Milano. Giovanni (Giovanni Storti), che si è addormentato in poltrona, davanti alla tv, viene svegliato dal campanello della porta. A suonare è stata Giacomo (Giacomo Poretti). Giovanni, all’inizio reticente, si decide ad ascoltarlo: il loro vecchio amico in comune, Aldo (Aldo Baglio), dopo un grave incidente in macchina, è costretto a letto. La situazione è gravissima e lui, in un momento di lucidità, ha chiesto di poter rivere i suoi amici con i quali, fino a tre anni prima, stava anche preparando uno spettacolo teatrale. Il problema? Aldo è tornato a Palermo e si sta curando lì. Giovanni e Giacomo arrivano alla stazione di Milano e ad aspettarli c’è Marina (Marina Massironi), l’ex ragazza di Giovanni. Lui vorrebbe non partire insieme a lei, ma è l’unico modo per arrivare in tempo da Aldo. Il viaggio Milano-Palermo inizia. Ma cosa è successo tre anni prima? Perché i tre-amici da sempre-hanno litigato? E, soprattutto, cosa c’entra il teatro?

Quarto film del trio comico, “Chiedimi se sono felice” è, secondo il mio modestissimo avviso, il prototipo della commedia perfettamente scritta: le caratterizzazioni dei personaggi sono tutte studiate perfettamente, non c’è nulla di abbozzato, niente che non sia fatto in modo giusto; la sceneggiatura è compatta; i momenti divertenti fanno ridere, quelli romantici fanno commuovere e quelli drammatici sono un colpo al cuore.
Il film segue due filoni che si intrecciano magistralmente: la storia/viaggio di Giovanni, Giacomo e Marina verso Palermo ed il lungo flashback che racconta le vicende che hanno portato alla rottura dell’amicizia storica.
Il modo in cui la storia viene trattata, gli “stratagemmi tecnici”, sono, in realtà, tipici delle grandi narrazioni: il viaggio di formazione-in questo caso verso una riappacificazione (non spoilerizzerò nulla, ma c’è un buon lieto fine)-, gli ostacoli da superare, le soglie da varcare e il ritorno a casa. Ci tengo a sottolineare questo aspetto spiccatamente classico nella stesura della sceneggiatura e nell’andamento del film per sottolineare una cosa: un film, per essere bello, non deve necessariamente essere psichedelico o incomprensibile.
Il tema del viaggio, poi, se ci facciamo caso, è alla base di almeno cinque secoli di letteratura-dall'”Odissea” a “Il Signore Degli Anelli”- e buttare nel cesso cinque secoli di letteratura soltanto perché c’è stata la nouvelle vague, credo sia la cosa più stupida che possiamo fare.
Il tema del viaggio, il passaggio da una situazione comoda-in questo caso, almeno per il personaggio di Giovanni,la situazione comoda era quella della vittima: era lui ad aver subito il torto ed era lui che “aveva il diritto” di essere offeso-ad una situazione dinamica, rappresenta il senso profondo di questo film: se uno dei temi fondanti di tutta la pellicola è l’amicizia, questo espediente narrativo potrebbe essere considerata quasi come una metafora del fatto che, nonostante vogliamo un bene dell’anima al nostro gruppo di amici, spesso dobbiamo sforzarci, metterci in modo per superare quel gap che ci impedisce di uscire da noi stessi.
Un’interpretazione ardita, direte voi. Però pensateci bene: nessuno di voi ha un amico a cui vuole un bene dell’anima ma di cui, puntualmente e tassativamente, si sente in imbarazzo? E allora come si risolve la questione?

cena

L’amicizia, però, in questo film non si limita ad essere descritta soltanto come una specie di “croce” da sopportare, anzi, diventa una sorta di ancora di salvezza per sfuggire ai colpi di una vita che, anche troppo spesso, non va come ci saremo aspettati che andasse: se è vero che i tre lavorano tutti nel mondo dell’arte, per esempio, è vero anche che i lavori che sono riusciti a trovare non sono di primo piano: Aldo fa la comparsa nelle opere liriche-è un personaggio di sfondo che, in un’opera, appare per dieci secondi al massimo-, Giacomo è entrato nel mondo del doppiaggio ma come rumorista-il suo ruolo è quello di doppiare colpi di tosse, battito di mani, brusii di sottofondo- e Giovanni fa il manichino vivente ai Grandi Magazzini.
Ecco, queste vite precarie vengono tenute insieme, ed esaltate, dall’amicizia e dal teatro. Sì, dal teatro perché è la voglia di fare, di portare in scena un’opera che li spinge a sopportare tutto. E l’opera scelta, non potrà che essere il “Cyrano de Bergerac”.
Senza considerare le bellissime gang ad esso collegate-una su tutte “Bergerac, che è anche l’autore”-, la scelta dell’opera si inserisce, divinamente, in tutto quel contesto paratestuale che caratterizza il film. La storia del Cyrano-quella di uomo, brutto ma intelligente, che si innamora della cugina e, per amore di lei, aiuta il favorito di lei, bello ma stupido, a conquistarla- non può che essere messa in relazione con la trama di questo film: Aldo, un po’ il bello del gruppo, spassionatamente e di cuore aiuta Giovanni a riprendersi Marina e Giacomo, che di Marina voleva esser solo amico, finisce con il baciarla.
Il parallelismo sembrerà un po’ spurio, ma di storie d’amore “sbagliate” questo film tratta.
Anche il modo in cui i tre decidono di “gestire” l’opera viene inglobata nel film: nella commedia/teatro Aldo, nella veste della commedia, narra le vicende; nella commedia/film e la voce fuori campo di Aldo a raccontare e commentare, praticamente dall’inizio della narrazione, tutto quello che succede.
Altro punto che collega i due meccanismi narrativi, sono le scene romantiche: tutti i personaggi sono lì e sembrano aspettare una specie di epifania d’amore. Tutti, tranne Aldo: voce narrante e quasi Deus ex Machina degli eventi.

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La colonna sonora, interamente curata da Samuele Bersani, contribuisce ad enfatizzare ogni scena del film e ci trasporta in un’atmosfera quasi onirica, di sogno, nell’atmosfera in cui la vita è sempre la stessa, ma noi la vediamo sotto una luce nuova: sotto la luce di una luna che ci fa capire che ci siamo innamorati e che quella secchezza delle fauci che sentiamo dopo aver visto la nostra donna ideale, altro non se non l’indizio di un amore.

Un film perfetto da guardare e riguarda all’infinito

VOTO: 8

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Storielle:

1) Giovanni Storti, nella vita reale, ha due figlie. In questo film si vedono entrambe e dicono entrambe una sola battuta. La prima è la ragazza che lavora nella panineria in cui Aldo si ferma a mangiare mentre corre per andare in teatro a recitare la sua comparsata. La seconda, quella più piccola, è la ragazzina a cui Giovanni stringe la mano sull’aereo che lo porta da Milano a Francoforte. La battuta della prima figlia è “Ci vuoi ancora un po’ di Ketchup?” e quella della seconda è “figurati”

2) In questo film Giacomo Poretti recita con la sua ex moglie e la sua attuale moglie. Marina Massironi è la sua ex moglie-sono divorziati dal 1994 ma hanno continuato a lavorare insieme fino al 2000- e con Daniela Cristofori è la sua attuale moglie

3) Silvana, la ragazza che Aldo vuole farsi “scarricare” da Giacomo, nella vita reale si chiama Silvana Fallisi ed è la moglie di Aldo. La coppia ha due figli: Gaetano e Caterina

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