Confessarsi sul set degli altri. “The Image Makers”: il penultimo, falso movimento di macchina di Ingmar Bergman (a cura di Alessandro Di Giuseppe)

Il regista che riesce a scrivere nel libro della Storia Del Cinema Mondiale -un librone con la copertina laccata, le pagine pesanti ed ingiallite dal tempo e il segnalibro di stoffa rossa- qualche riga, è un regista geniale. Quello che riesce a scriverci un paragrafo, è un maestro. Quello che riesce a scriverci addirittura una pagina, è praticamente un Dio. In realtà anche soltanto arrivare ad aprirlo e ad abbozzare, con una matita mangiucchiata, una parola, svirgolettare un accento su una e, modificarne leggermente l’impaginazione per molti di noi, quelli che si imbottiscono di film e libri e passano ore a consumarsi gli occhi e consumare i tasti della tastiera del pc cercando di far uscire un soggetto abbastanza originale da trasformare in una sceneggiatura, è un sogno. Forse lontano, forse irrealizzabile, ma un sogno. Ingmar Bergman, uno dei registi più prolifici del mondo (quasi 60 film dal 1946 al 2003. Forse lo battono soltanto Woody Allen, Jean Luc Godard e sicuramente Koji Wakamatsu per numero di pellicole), è sicuramente uno di quei registi che, in quel librone, ha scritto. Ed ha scritto tanto. In questo articolo non elencherò i 101 motivi per cui non si può vivere senza aver guardato, almeno una volta, una decina di suoi film, né del perché chiunque voglia avvicinarsi al mondo della scrittura, dell’arte, del cinema e del teatro debba chiudersi in casa, in una camera, con le cuffie, il maxischermo ed il block notes e guardare a ripetizione, prendendo appunti, tutta la Triologia Del Silenzio di Dio e la Tetralogia di Faro. In questo articolo si parlerà di quello che è stata la penultima sosta, la penultima sortita nel mondo della celluloide di questo grande artista. Prima di iniziare a parlarne facciamo una piccola introduzione: nel 1982, mentre stava girando quel piccolo grande capolavoro autobiografico che è “Fanny e Alexander”, Bergman decise, almeno è questo che scrisse in “Laterna Magica”, il suo libro autobiografia, di aver deciso di abbandonare il cinema. Per lui questo distacco non era un evento traumatico da celebrare come una specie di funerale o di addio nostalgico: lo considerava qualcosa di automatico, la fine naturale della sua carriera, la conclusione di un mestiere iniziato nel 1946 con la travagliata e insoddisfacente regia di “Crisi”. “Fanny e Alexander” fu un successo: diventò un film televisivo di cinque ore ed un capolavoro per il grande schermo di quasi tre. Dal 1982 al 2003, anno in cui si ritirò definitivamente, Bergman girò altri otto film. Sette pensati per la tv ed uno pensato per il grande schermo. Qualcuno sostiene che il numero di titoli sia eccessivo e che negli ultimi anni Bergman avesse toccato il fondo, lavorasse per inerzia, per soldi. Io non ci credo. E l’opera di cui parleremo tra un paio di righe al massimo, a mio modestissimo avviso, ne è la dimostrazione:

locandina

Regia: Ingmar Bergman

Sceneggiatura: Per Olov Enquist

Interpreti: Anita Bjork, Elin Klinga, Lennart Hjulstrom, Carl Magnus Dellus

Anno di produzione: 2000

Anno 1920. Nella piccola sala di proiezione di una casa di produzione, Tora Teje (Elin Klinga) e Julius Jaezon (Carl Magnus Dellus), rispettivamente amante e direttore della fotografia/aiuto regista di Victor Sjostrom, interpretato nel film da Lennart Hjulstrom, aspettano l’arrivo di Selma Lagerlof (Anita Bjork) che è stata invitata da Sjostrom stesso per vedere, commentare e giudicare il pre montato del film che stanno girando, “Il Carretto Fantasma”, che dall’opera della Lagerlof è tratto. La situazione è tesa, la tensione erotica grande. Finalmente entrano il regista e la scrittrice premio Nobel. Tora sa che dovrà andarsene, Selma la invita a rimanere. La proiezione parte, Tora la interrompe: il film doveva essere interpretato da lei ma la moglie del regista, gelosa, si è opposta. Selma fa uscire tutti. Le due donne iniziano a parlare, a confessarsi. Quanto della vita di Selma è finito nel romanzo? Quanto può “trafficarci” un regista? E perché le due donne sembrano così simili nonostante la loro diversità?

Film estremamente teatrale nel meccanismo di ripresa (molti piani sequenza, inquadrature larghe e ben composte ed un sapiente e centellinato uso dei primi piani) e per l’uso del set: il film è girato praticamente in un solo ambiente, in una sola stanza, con quattro personaggi. Questo film è, nel contempo, una dichiarazione d’amore di Bergman nei confronti del teatro, il suo primo amore, la cosa di cui non poteva fare a meno, ed una confessione sentita, toccante e bugiarda ai suoi spettatori. Se nel cinema di Bergman, infatti, è semplice leggere un’autobiografismo estremo e ridondante (leggendo “Lanterna Magica” ci si rende conto di come “Fanny e Alexander”, per la prima ora, non sia altro che una ricostruzione storica dell’infanzia del regista), quest’opera ci mette in guardia ponendoci una sola domanda: “e se quello che vi ho detto fino ad adesso fosse soltanto un’invenzione? Un finto ricordo?”. I punti che ci portano fuori strada sono tanti: la sceneggiatura, così raffinata, così gustosamente attinente a Bergman, alla sua storia, alla sua vita, così profonda, così teatrale, in realtà non è stata scritta da lui, era un testo di Per Olov Enquist portato in scena da Bergman; i personaggi delle due donne, così speculari, così simili, così intimamente connesse da sembrare, esattamente come in “Persona”, una donna sola; il cinema, la sala di proiezione, l’impianto bergmaniano di portare il meccanismo alla base della finzione nella finzione (la sala di proiezione, la finzione che entra in scena, non può non ricordare le interviste dei personaggi, all’interno del film, di “Passione” o il rumore dal set che accompagna i titoli di testa de “L’ora Del Lupo”). E poi, ultimo ma non ultimo, la scelta di portare in scena un film su Victor Sjostrom: consigliere sul set di “Crisi”, attore in due suoi film compreso uno dei suoi capolavori: “Il posto delle fragole”. Non c’è nulla di Bergman in scrittura. Bergman “traffica” con il testo teatrale esattamente come il protagonista del suo film “trafficava” con il romanzo di Selma. Il rapporto delle due donne con il padre (Tara lo ha cacciato a calci da casa; Selma no) è quello di Bergman? Non lo sappiamo. La proiezione, dopo l’accusa di Tara e la confessione di Selma (“Tu sei una scrittrice: hai il dovere di dirmi cosa significa!” “Io vorrei essere come te: vorrei aver buttato mio padre a calci di casa. Non ci sono riuscita”), si riapre su vero film di Sjostrom. La macchina inquadra Selma, uno dei personaggi sullo schermo, quello uguale al padre della scrittrice. Lei si alza, ha le lacrime agli occhi. Si avvicina al telone, lo sfiora con la mano (perfetta autocitazione di “Persona”) e guarda in macchina, la mdp stringe sul primo piano del suo volto. Adesso ci aspettiamo un chiarimento dal regista: cosa è reale? Cosa non lo è? Di cosa parla il film? Quanto di tuo c’è dentro?
L’occhio della macchina da presa, però, si chiude e iniziano a scorrere i titoli di coda. Film toccante, tecnicamente complesso e bellissimo

Voto: 8

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