David Sylvian e le magiche “imperfezioni” sonore (di Alessandro Di Giuseppe)

L’altro giorno, proprio come molti di voi, ero a cazzeggiare su Facebook. Non mi dilungherò a raccontarvi quante tette mi sono spizzato o quanti screen delle foto di Himorta mi sono salvato nella cartella nascosta delle mie foto, vi dirò soltanto che, tra i mille e mille link che mi appaiono (ho disattivato AdBlock) ogni giorno sulla home, ce n’era uno veramente figo. Praticamente hanno trovato e digitalizzato delle bobine in cui un gruppo di artisti del movimento DADA aveva registrato dei pezzi. Ascoltati adesso, dopo le stravaganze a cui ci hanno abituato Brian Eno, Mike Patton, i Carnival In Caol e tutta la musica noise, ci fanno sorridere. E se, in linea generale, fanno sorridere, a me hanno insinuato un dubbio. Più che un dubbio, in realtà, si tratta della voglia di riascoltare un disco. Beh, un paio di giorni fa, complice anche la mia nullafacenza, mi sono caduti, dal comodino, una serie di cd mal impilati. Li rimetto in ordine e, mentre lo sto facendo, ne prendo uno, me lo rigiro tra le mani e decido che quello sarà il prossimo disco che porterò in macchina. Perché proprio in macchina? Me è semplice: la macchina è il luogo in cui, oltre che a fare sesso al sabato sera, si ascoltano i dischi. Quando lo faccio suonare, al primo viaggio, capisco che la scelta è stata ottima. Di che disco sto parlando? Ma di questo:

blemish

TITOLO: Blemish

BAND: David Sylvian

ETICHETTA: Samadishsound

TRACKLIST ORIGINALE:

1) Blemish
2) The Good Son
3) The Only Daughter
4) The Heart Knows Better
5) She Is Not
6) Late Night Shopping
7) How Little We Need To Be Happy
8) A Fire In The Forest

Parlare di questo disco, parlarne tanto, in modo approfondito, scandendo le tracce una alla volta, come faccio di solito, sarebbe impossibile. E non perché non ne sono capace, ma perché ruberei il senso dell’album. Iniziando dalle cose più semplici, però, possiamo dire che “Blemish” è un disco scritto, registrato e distribuito nel 2003. La produzione, la direzione artistica e le registrazioni, sono state tutte curate da David Sylvian. Il cantante, una vera e propria icona della musica anni ’80, ha dato vita ad una piccola perla sperimentale come poche. Abbandonando i grandi palchi, le grandi produzioni artistiche, le major, la grande pubblicità e la grande distribuzione, Sylvian costruisce un vero e proprio esperimento dalla forte carica propulsiva ed innovativa. Le otto tracce, infatti, si estraniano dallo schema classico (3 minuti) ed sfociano in percorsi musicali autonomi dalla durata di 5, 7 o addirittura 14 minuti. La struttura del disco è alienante e riflessiva. Sembra di guardare, registrato sui solchi di un disco in vinile, un film di David Lynch. Enrico Ghezzi, parlando di Carmelo Bene, definì i suoi film “la vendetta di una voce fuori campo”. Ecco, questo disco, con le sue dissonanze e le sue cacofonie, rende giustizia a questa definizione: questo disco è un inno alla sperimentazione, alla musica e al rumore, al buio, al vuoto, all’avanguardia e a tutto ciò che è inascoltabile. Inascoltabile, sì, ma non per questo meno poetico. I testi, infatti, sono poesia allo stato puro. Poesia che punta dritto al cuore. Si noterà facilmente, nell’atmosfera irreale in cui il disco, con il suo sound “alieno” e la sua grafica “eccentrica”, che il disco è carico di amore e desiderio, cuori infranti e riflessioni. Il tempo di una separazione dilatato? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che questo disco DEVE essere comprato e ascoltato

VOTO: 10

IMPERDIBILE

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