“Dio ci si arrapa coi Marines!” ma io no. “Fury”: l’insostenibile pesantezza dell’ideologia (a cura di Alessandro Di Giuseppe)

Da un mese a questa parte ho un rito: almeno una volta alla settimana vado al cinema a guardare un film appena uscito. Voi pensate che sia stupido ma per uno come me, uno dei tanti che soffre della “sindrome da studente di cinema” (guardare soltanto film che vanno dagli anni ’50 agli anni ’80), è un grande passo. Non starò qui a dire quanto i film “vecchi” siano più belli di quelli “nuovi”, non è quello il mio obiettivo e sarebbe stupido, né quanto apprezzi e ami e mi abbiano preso e commosso alcuni “film nuovi” che a molti miei amici (vedi “Mia Madre” di Moretti) hanno fatto schifo o di come il “simbolismo moderno” sia diverso da quello classico. In realtà,  tutti questi discorsi con cui mi faccio delle grandi pippe mentali, sono discorsi anche campati in aria: alla fine dei giochi, l’unica cosa  che conta veramente è quanto un film ti piaccia, ti prenda, ti faccia commuovere o sorridere e riesca ad entrare nel tuo immaginario. Ecco, per me il cinema è come un appuntamento con una ragazza che non hai mai visto: c’è quella che, dalla foto profilo di Facebook, ti sembrava carina ma in realtà è brutta (quanti trailer bellissimi per film di merda avete visto, da quando andate al cinema?); quella che ti sembra bellissima per una sera, ma quanto torni a casa inizi a capire i difetti che ha (ha fatto questo effetto solo a me, “Il Capitale Umano” di Virzì?); c’è quella con cui esci solo per sfogare i tuoi istinti primari; quella che ci mette tempo a colpirti, ma alla fine ti fa innamorare; quella di cui ti innamori subito e quella finta, costruita, senza personalità. Ecco, dopo questa introduzione, vi parlerò di un film che appartiene all’ultima categoria di appuntamento. Sapete leggere tutti, avete già capito che si tratta della recensione di “Fury”. E siccome Dio vi ha donato gli occhi e la tv generalista la pubblicità, sapete tutti che si tratta di un film di guerra. Faccio un’ultima, piccola premessa: cercherò, è sarà molto difficile, di non paragonare troppo questo film con altri capolavori del cinema  di guerra. Forse, quasi sicuramente, non ci riuscirò, ma ci proverò. Partiamo subito con:

 

Fury

 

 

 

 

 

Regia: David Ayer                                  Sceneggiatura: David Ayer

Anno di produzione: 2014

Cast: Brad Pitt, Shia LeBeouf, Logan                                                                          Lerman, Michael Pena, Jon                                                                            Bernthal

Il film è ambientato nel 1945, in Germania e racconta la storia di una gruppo di soldati americani, capitanati da Don “Wardaddy” Collier (Brad Pitt), che, a bordo del loro carro armato, il “Fury” del titolo, intraprendono un viaggio all’interno della Germania nazista per liberarla e portare la “pace” e la “democrazia” in paesi dilaniati dalla dittatura di Hitler. Il motore centrale della storia è l’arrivo, a bordo del carro armato, insieme alla già rodata squadra composta, oltre che da Don, da Boyd “Bibbia”  Swan (Shia LeBeouf), Trini “Gordo” Garcia (Michael Pena) e Grady “Coon-Ass” Travis (Jon Bernthal), di Norman Ellison (Logan Lerman), giovane cattolico che odia la guerra, crede in Dio e non vuole far del male a nessuno. La minaccia da sgominare, però, è un carro armato “indistruttibile” dell’esercito tedesco. Il premio? Liberare la Germania dai nazisti.

Ok, letta così, la trama di questo film potrebbe anche essere bella. E in realtà, lo dico da appassionato di film e serie tv  in cui un gruppo di persone devono sopravvivere (non voglio fare battutine, ma Jon Bernthal ha recitato anche in “The Walking Dead”) e crescere insieme, lo è!. Sì, lo so, sono un romanticone filoamericano del cazzo, ma se c’è una cosa che ho imparato dal corso di sceneggiatura, la storia (con la S maiuscola e minuscola), l’avvicendarsi degli eventi, la crescita del personaggio sono cose che coinvolgono il pubblico e ti fanno appassionare al film. In questo film ce ne sono diverse che non funzionano! L’inizio, i primi due minuti, sono belli! Girati bene, un buon uso dei silenzi, del paesaggio post bellico, della luce e quel cavallo bianco, un simbolo un po’ sminchiato ma efficace, è perfetto.  La prima scena nel carrarmato? Salvo una battuta di dialogo su tre. Si arriva al quartier generale, arriva Norman: metà della scena è bella, l’altra metà fa schifo. I dialoghi sono improponibili. Cioè, non improponibili, sembrano scritti da uno sceneggiatore abbastanza capace, che non aveva voglia di finirli. E in ogni, cazzo, di dialogo c’è sempre la frase a favore dell’america che ti distrugge tutto. Spesso mi dicono che nei film che consiglio, capolavori del cinema, c’è uno sviluppo dei personaggi troppo veloce. Bene, a tutti quelli che mi dicono questa cosa, consiglio di guardare questo film: personaggi tagliati con l’accetta, a coppie: due atei e due cristiani; il personaggio più giovane che, dopo due minuti di guerra, su un carrarmato, fa un monologo profondo sullo schifo della violenza; commilitone stronzo è cinico che, ma tu guarda un po’?, qualche minuto prima della fine del film si dimostra un grande amicone, compagnone e brava persona; protagonista timido che deve crescere e diventare uomo; comandante duro, senza sentimenti, che in realtà ha un cuore. Il problema non è lo schema in sé, l’arco di trasformazione del personaggio e le stazioni del viaggio dell’eroe ci sono da anni ed anni e sono stati usati per scrivere film e libri meravigliosi (vi dice qualcosa “Il Signore Degli Anelli”? e “Star Wars”?), il problema è come tutto, tutto, tutto, sia sminchiato e palese già dai primi tre minuti di film. Forse è questo il problema del cinema, ma neanche più del cinema, degli spettatori moderni: devono sapere come va a finire tutto già dalla prima scena. Ecco perché volete trailer da cinque minuti in cui si capisce tutto, perché non avete voglia di guardare il film e volete messaggiare con il vostro smartphone del cazzo. Però, una cosa c’è da dire, questo film ti insegna tante cose:

1) Dopo il terzo discorso sui “Crucchi Bastardi” fatto da Brad Pitt, scopri di essere un nazista e speri che Hitler e le SS ammazzino tutti gli americani bastardi;

2) Nella seconda guerra mondiale, quando si sparavano tra di loro, non tiravano proiettili, ma raggi laser (ve lo giuro RAGGI LASER!)) rossi e verdi;

3) Se una ragazza, nel 1945, si prostituiva per un po’ di cioccolata, la cosa faceva ridere;

4) Anche se ti sparavano quattro colpi nel cuore ed uno sul braccio, se comandavi un carro armato avevi il tempo di fare grandi discorsi su Gesù, fare il mentore e ammazzarne un altro paio, di quei Crucchi Bastardi, prima di morire;

5) Se eri il protagonista, la SS a cui avevi ammazzato i compagni, non ti sparava, ma ti sorrideva e ti faceva arrivare al finale

Che dire, non il peggior film che ho visto al cinema, ma un film che poteva essere bellissimo, con delle buone immagini simboliche, distrutto da questi dialoghi filoamericani del cazzo. E poi, una cosa prima di concludere, ve lo ricordate “Full Metal Jacket”? Il soldato Joker era ateo, ateo e questo lo caratterizzava. Aveva l’elmetto con la scritta  “Born To Kill!” e il simbolo della pace: grande sintesi dell’america dell’epoca. Ecco, qui, anche se sei ateo, ad un certo punto, nel carro armato, visto che i bambini che guardano il film poi devono andare a Messa (non che ci sia qualcosa di sbagliato, intendiamoci), devi pregare, ti devi convertire per forza.Questo non è un film di guerra, è un film di propaganda. I Valori? Quelli fascisti e nazisti: Patria, Dio e Famiglia.

Voto: 4

 

Trailer: http://https://www.youtube.com/watch?v=-OGvZoIrXpg

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