“…E nella vita che fai?” “Mi arrangio!”. George Orwell, “Senza un soldo a Parigi e a Londra” ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare il sottoproletariato (di Alessandro Di Giuseppe)

Il 2007, per me, è stato un anno da ricordare: è stato il primo anno in cui, impuntandomi, mi sono fatto crescere i capelli fino alle spalle; è stato l’anno in cui ho visto il mio primo concerto dal vivo; è stato l’anno della mia prima ragazza, dei primi baci, dei primi succhiotti, delle prime sbronze e dei primi grandi litigi tra amici. Il 2007, in parole povere, è stato l’anno della svolta: sono stati i 365 giorni in cui sono passato dall’infanzia all’adolescenza. Ma quell’anno, oltre che per le mie vicende personali a cui non frega un cazzo a nessuno, è stato importante perché ha concepito e partorito un film che è entrato immediatamente (e, a mio modestissimo avviso, immeritatamente) nell’immaginario collettivo. Di che film sto parlando? Ma naturalmente di “Into The Wild”. Parlare di questo film è superfluo: tutti l’avete guardato e tutti sapete di cosa parla e l’avete amato e vi ha messo la voglia di bruciare i soldi e partire per terre lontane… e magari morire a cazzo perché siete troppo idioti e non riuscite a capire la differenza tra una pianta velenosa ed una commestibile. Comunque, quel film ha un milione di pecche, buchi di sceneggiatura, cose strane che non ho capito nel montaggio (tipo: la scena, pixelata e montata a ralenti, di lui che si fa la doccia è inutile. No, non ti arrabbiare. Fai un respiro profondo, chiudi gli occhi e capirai che è inutile) e scene incomprensibili, ma ha un pregio enorme: ha spinto migliaia di ragazzi- ragazzi che non hanno mai letto il Kerouac di “Sulla Strada” o guardato “Easy Rider”- a mettersi in discussione e ad avventurarsi, pieni di speranza e colmi di romanticismo, fuori dall’Italia. Certo, non è stato il primo prodotto che ci ha messo voglia di fare questa cosa e Sean Penn non è stato il primo a parlarne, ma forse il concetto di base, quello di uscire e cercare fortuna ed avventura lontano dalla patria, è lodevole. E poi sono quei temi che, molto probabilmente, abbiamo bisogno di farci ripete ad intervalli regolari di tempo. Comunque, prima che ci pensasse un film costato miliardi ed il fisichino di Emile Hirsch, un gigante come Cesare Zavattini (non puoi non sapere chi sia. Ma se lo ignori, ti consiglio di andartelo a cercare immediatamente) aveva consigliato agli aspiranti cineasti di prendere una cinepresa ad otto millimetri, uscire dall’Italia e girare più nastri di pellicola possibile. Ed è interessante vedere come cose pensate addirittura prima della seconda guerra mondiale, si siano avverate adesso. Non ci credete? Una parola sola: ERASMUS. Ma voi mi direte: “grazie al cazzo che parlano così: loro c’hanno li sordi e possono permettersi di fare quello che vogliono”. E se io vi dicessi che possono farlo tutti, senza sapere la lingua ed avendo pochissimi soldi? Non ci credete? Beh, c’è qualcuno che l’ha già fatto. Cosa sto aspettando a dirti chi sia e come farlo? Ma il tempo di caricare questa immagine

ParigiLondra

TRAMA:

Raccontato dalla voce narrante dello stesso protagonista, di cui non sapremmo mai il nome, e diviso in due grandi blocchi, “Senza un soldo a Parigi e a Londra” è il memoriale, la testimonianza scritta, cruda e politicamente (s)corretta, di un lungo periodo di semi vagabondaggio in due grandi città: Parigi e Londra. Lavori umili e terribilmente faticosi, riflessioni sulla vita e la politica, bidonville, pub, sigarette smezzate o raccattate dai marciapiedi, zingari, straccioni, vino ed accattoni. Ma se fosse realmente questa, la faccia delle grandi città?

 

 

 

Primo libro compiuto e completo di George Orwell, “Senza un soldo a Parigi e a Londra” è un’opera importantissima per due ragioni: la prima, è per aver dato il via alla sua produzione letteraria; la seconda, perché l’inizio di una serie di romanzi “non fiction” che lo faranno diventare celebre e accostabile, almeno fino 1939, a scrittori come Hemingway e Faulkner. Perché lo dico? Perché i primi romanzi, quelli che nessuno vi fa mai leggere, sono delle vere e proprie cronache di vita vissuta. Non dobbiamo dimenticare infatti che George Orwell, dopo i primi anni di università- aveva avuto come insegnate Aldous Huxley, vi dico soltanto questo-, ha girovagato per il mondo, prima in veste di poliziotto, poi di soldato e poi di giornalista. Vita vera. Questo era il suo obiettivo, nei primi anni di carriera. Ed è questo quello che trasuda questo libro: realismo esasperato, a volte cinico, disperato ma pieno di speranza. Ma se i viaggi hanno contribuito a far crescere in lui l’esigenza di narrare, di raccontare, segnano anche il momento del disincanto: cadono, abbattute dalla sconvolgente (e spesso rivoltante) realtà, tutte le sue utopie politiche. E se lo analizziamo bene, noteremo che questo libro, pubblicato quindici anni prima del ben più noto “1984”, ha in germe tutti gli elementi che caratterizzeranno la critica politica dei capolavori distopici: incomunicabilità tra le classi sociali, distanza del potere dal popolo, sostanziale differenza tra le idee politiche e la loro messa in atto e attenzione verso la classe operaia, quella che partecipa alla creazione di un plus valore (ormai) immaginario che è condannata a non godere.

1EN-625-B1945 Orwell, George (eigentl. Eric Arthur Blair), engl. Schriftsteller, Motihari (Indien) 25.1.1903 - London 21.1.1950. Foto, um 1945.

Libro crudo e divertente, interessante e coinvolgente. Vicino, per tematiche e contenuti, all’idea pasoliniana della sacralizzazione del corpo proletario. In quest’opera, però, il corpo proletario è un corpo, il corpo umano (qualcuno direbbe “un capitale umano”), un corpo sfruttato per la forza lavoro, un corpo di riserva. E in quanto corpo di riserva, in quanto ruota di scorta, sacca di sangue, facilmente rimpiazzabile. Ma anche una storia d’avventura che vi farà nascere la voglia di farlo, di provarci, di andare e di ritrovare un contatto con la terra, col sudore e la fatica, con la gente e con il dolore. Perché, parliamoci chiaramente, di carne siamo fatti e d’istinti viviamo. Vi invito a leggere questo libro (ormai hanno ristampato tutto e dovrebbe trovarsi tranquillamente) per capire l’inizio della riflessione social politica di un autore- a questo proposito vi invito a leggere anche, se riuscite a trovarlo, un romanzo stupendo titolato “Fiorirà l’Aspidistra”- e studiarne i percorsi, le motivazioni, gli aspetti più “umani” e, cosa che manca spesso agli “intellettuali”, le esperienza concrete.

VOTO: 9

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