“…E se ti chiedessi di fare una cosa per me? La faresti?” Charles Baxter, “Vorrei che facessi una cosa per me”: un decalogo moderno tra virtù e vizi (di Alessandro Di Giuseppe)

La letteratura, in tutte le sue forme ed in tutti i suoi generi, da sempre si è interessata al male, alle figure del male.Perché? La risposta, in realtà, è molto semplice: il male, la violenza, tutto ciò che è malvagio e cattivo ci piace di più, ci attira di più ed è spesso molto più interessante di quello che riguarda il bene.
Anche perché, ammettiamolo, Freud aveva ragione e tutti abbiamo letto, almeno una volta, “Il Lercio” di Irvine Welsh (con tutte le sue scene di stupro, le sue bestemmie e la sua cattiveria quasi al limite della sopportazione umana) o “Fight Club” di Chuck Palahniuk (che si fonda sulla necessità di un ritorno violento ad uno stato primitivo).
Ma quanti di noi lettori e aspiranti scrittori, di contro, hanno letto anche, chessò, “Le Confessioni” di Sant’Agostino -nella mia biblioteca personale (giustap)posto vicino a “Il Lercio”- oppure “Il cammino semplice” di Madre Teresa di Calcutta?
Nessuno?
Beh, non dovete preoccuparvi: significa che siete delle persone normali, dei lettori-non prendetevela a male-comuni.
Che poi Clive Barker, con i suoi mostri e i suoi demoni, ce lo aveva spiegato bene: il male è qualcosa che riguarda le persone, la carne; il bene, esattamente come l’amore, non riguarda noi, riguarda qualcosa che non ci compete, qualcosa che è fuori dal nostro corpo, dal nostro essere e che, spesso, è irraggiungibile.
E quindi del bene e dell’amore non si può parlare?
SBAGLIATO!
Se ho iniziato questo articolo (non sono un giornalista, ma quando ti metti a scrivere qualcosa su un blog che usa WordPress lo fai cliccando, dal menù a tendina, la voce “Articoli” e poi “Aggiungi nuovo”) dicendo che la letteratura si è occupata sempre del male, adesso dirò che, per parlare del bene, ha dovuto usare un altro linguaggio, un’altra forma. L’esempio più lampante, e più azzeccato per parlare del libro in analisi, è William Shakespeare. Il “Bardo dell’Avon”, infatti, nei suoi sonetti d’amore, invece di sparare utopiche menate sugli occhi di lei che assomigliano ai più sbrilluccicosi oceani (non sarò mai un poeta), si esprime in modo umano: una donna amata è fatta di carne ed ossa e denti e pelle e capelli ed è di questo che ci si deve innamorare.
Ma se dell’amore tra due persone si può parlare, come si può parlare dell’amore o di Dio in termini di carne e di ossa?
Questo è il tema di fondo del libro di cui stiamo per parlare. Quindi lascia tutti i tuoi preconcetti a casa, fai un respiro profondo e concentrati: “Vorrei che tu facessi una cosa per me!”

Copertina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TITOLO: VORREI CHE FACESSI UNA COSA PER ME

TITOLO ORIGINALE: THERE’S SOMETHING I WANT YOU TO DO

AUTORE: CHARLES BAXTER

TRADUTTORE: NICOLA MANUPPELLI

CASA EDITRICE (ITALIANA): MATTIOLI 1885

ANNO: 2016

TRAMA:

Dieci racconti, divisi in due lunghe parti, che analizzano le virtù e i vizi di cinque personaggi. Tra architetti nipponici naturalizzati americani, stand up comedian, pediatri, madri single, nonne/mamme e problemi economici, l’autore ci mostra un’umanità (costruita in serie, per citare Paolo Zardi), che spesso ci scorre davanti e di cui, spesso, non esploriamo le storie

 

Spesso mi sento dire che i libri di racconti non funzionano, che i racconti brevi non li legge nessuno e, soprattutto, che i racconti brevi non li vuole nessuno. Bene, questo è uno di quei libri che ci dimostrano il contrario. Perché “Vorrei che facessi una cosa per me” non è soltanto un libro di racconti, no, è anche un esempio lampante di come le short story debbano essere scritte, un esempio di quanta potenza possano avere.

Andando con ordine, la raccolta nasce quasi per caso e in seguito alla visione del “Decalogo” del regista Krzysztof Kieślowski: una serie di dieci film ispirati ai dieci comandamenti. i punto di forza di quei film, era il fatto che il regista spostasse l’attenzione su fatti concreti e reali, su cose che sarebbero potute accadere nella vita di tutti i giorni.

Ecco, se Kieślowski lo ha fatto al cinema, Baxter lo fa nella letteratura. E lo fa in modo diverso, con un’analisi diversa. Dividendo il libro in due grandi-passatemi il termine-gironi realizza un affresco interessante delle vite di personaggi comuni, personaggi che, come ci spiega nello stupendo racconto finale-una sorta di “Coda” della narrazione, quasi un meta racconto-, potremmo incontrare al parco che fanno jogging o che si lamentano della vita. Perché è delle virtù e dei vizi dell’uomo che l’autore parla.

Ma “Vorrei che facessi una cosa per me” non è soltanto uno stupendo libro sui vizi e le virtù. “Vorrei che facessi una cosa per me” è un libro magico, scorrevole, che fa dell’incastro tra diverse storie il suo punto di forza e che si legge che è una meraviglia.

C’è chi ha paragonato Charles Baxter a Checov, c’è chi non lo conosce. Io credo che sia uno dei più bravi narratori che abbia mai letto e credo che questo, insieme a “Gente di Dublino”, “La boutique del mistero” , “Il giorno che diventammo umani” e “I racconti di Canterbury”, sia il miglior libro di racconti che abbia letto in 24 anni di vita.

Cito la post fazione di Nicola Manuppelli, il traduttore del libro (è anche uno scrittore e appena riuscirò ad arraffare il suo “Bowling” ne farò una recensione):

“Questi racconti sono un dono (…) e se c’è una cosa che vorrei che faceste per me, è leggerli”

VOTO: 10

Tre le quattro migliori letture del 2016

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2 commenti su ““…E se ti chiedessi di fare una cosa per me? La faresti?” Charles Baxter, “Vorrei che facessi una cosa per me”: un decalogo moderno tra virtù e vizi (di Alessandro Di Giuseppe)

  1. Se ti capita leggilo Bowling, perchè merita davvero.
    E adesso mi hai incuriosita tantissimo, domani mi fiondo in libreria e mi prendo “Vorrei che facessi una cosa per me”: è da un po’ che ci avevo messo gli occhi sopra, ma sto leggendo “L’Ombra della Montagna” e non potevo farmi, ahem… distrarre 😉
    Adesso l’ho quasi finito, quindi posso preparare il terreno a Baxter.
    Ps. Io adoro i racconti e gli autori di racconti. E credo (parlo da scrittrice), che non si possa essere un bravo scrittore se non si riesce a mettere la forza di un romanzo dentro un racconto. Ma è solo un’opinione personale, e anche molto di parte 😉
    Bella recensione, complimenti!

    • synapsisblog il said:

      Cara Laura,
      il problema di Manuppelli è che mi fa uscire troppi bei libri tutti insieme e quindi fatico a recuperarli tutti ma, piano piano, su questo blog, cercherò di parlarne un po’ di tutti i libri che sta facendo uscire Manuppelli.
      Sei una scrittrice? Anche io sono uno scrittore. Mi hai incuriosito: cosa hai scritto? Si può leggere?
      Sono assolutamente d’accordo con te: le raccolte di racconti sono un gioiello ed una cosa estremamente difficile da scrivere e un vero scrittore sa scrivere bene anche i racconti. Secondo me, scrivere un libro di racconti e come saper cucinare bene il pesce: tutti dicono di saperlo fare, ma pochi sanno farlo veramente bene.
      Grazie mille per i complimenti e sono contento che ti abbia invogliato a leggere un libro così bello.

      Alessandro Di Giuseppe

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