“Eravamo io, Dean e Carlo Marx. Avevamo finito la benzina, i soldi e non sapevamo in che parte del mondo eravamo. Non ci siamo mai sentiti così vivi”. Jack Kerouac: l’America (e la vita) raccontata “Sulla Strada” (di Alessandro Di Giuseppe)

Ve lo ricordate “Woodstock”? Se state pensando all’uccellino giallo, amico di Snoopy, in quel meraviglioso fumetto che è i “Peanuts” di Charles M. Shultz, oltre ad esservi meritati un “Ma siete dei grandi! Un po’ nerd, ma dei grandi!”, avete sbagliato. Se, come tutti, state pensando a quei quattro giorni di musica, armonia e pace, siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Il festival di Woodstock, nato come festival musicale di provincia e realizzato grazie al contributo, tra gli altri, di Michael Lang, del 1969 è diventato un evento storico senza precedenti: milioni di persone, tantissimi giovani, nessun episodio di violenza e tantissimi artisti. Ma se pensiamo che Woodstock sia stato solo questo, quattro giorni di concerti, siamo fuori strada. Woodstock, infatti, è stato il luogo, forse il primo, in cui si poteva parlare di pace, amore e scambiarsi “amore” e fare esperienze di droghe (non ci credete? C’era una capanna del “Bad Trip” in cui andavano le persone a cui “saliva male” l’acido e tutto un team di persone che l’aiutava a farsela “prendere bene”. Ma le droghe non erano solo assunte dal pubblico: Santana, in un’intervista, dichiarò che prima di salire sul palco si era fatto di mescalina e, imparanoiato, quando aveva preso la chitarra pensava fosse un serpente). Woodstock, però, è stato anche un posto in cui si è fatta politica con i dibattiti, il movimento pacifista, le associazioni femminista ma anche, e sopratutto, con la musica. L’atto politico musicale più sensazionale, forse il più forte che ci si ricorda di Woodstock, è stato l’assolo di chitarra di Jimi Handrix: alle sei del mattino, tutta la platea del festival è stata svegliata dall’inno americano suonato in modo distorto, ad un ritmo sempre più forsennato, dal noto chitarrista. Quello è stato un atto politico. Il pubblico ascoltava in silenzio e, in quella chitarra, c’era tutta la disperazione, la lotta, la frustrazione di tutta l’america. Quell’assolo è diventato un grido disperato che ha unito tutti gli americani forse, per la prima volta, per una giusta causa. Ecco, se vi state chiedendo a cosa serve questa introduzione, risolvo l’arcano: il festival di Woodstock è stato il primo evento mondiale a cui tutti, tutti e ripeto TUTTI! hanno detto di aver partecipato. Ma non è vero! Se tutti quelli che hanno detto di esserci andati ci fossero andati davvero, beh, il posto sarebbe stato molto molto moooolto più affollato. E questa balla, quel dire di esserci stato, è alla base di una tendenza, che io ODIO, molto diffusa in tutto il mondo: millantare di conoscere qualcosa, che in realtà non si conosce, soltanto perché, Deh, non potresti non conoscerlo. E se Carmelo Bene, già negli ’70, si scagliava contro questa tendenza (“Conosco un sacco di gente che ha l’ “Ulisse” di Joyce a casa (…) fa parte del decor (…) ma nessuno che l’abbia letto: entro nelle case e trovo copie, in bella mostra sui tavoli e le librerie, completamente intonse” cit.), oggi, con Internet, non ci si può più fare niente: siamo tutti coinvolti. Bene, noi del SynapsisBlog, in culo a tutto quello che ci si consiglia di fare, i libri li leggiamo e ammettiamo di essere ignoranti. Volete sapere quanto? Beh, io ho letto Kerouac solo una settimana fa. Questo è il resoconto del mio viaggio con lui:

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TRAMA:

Attraverso la voce narrante di Sal (chiaramente un alter ego dello scrittore), uno studente universitario, scrittore e reduce di guerra, veniamo catapultati in tre lunghi viaggi per l’america. Tra strani e loschi figuri, amori lunghi una notte, estenuanti nottate di autostop e lavori umili, i viaggi ci porteranno in Messico: in quella specie di paradiso terreno dove finisce la strada.

Detta così, in tre righe, la trama di questo libro è la più semplice del mondo. In realtà la storia è, e DEVE essere molto semplice: un viaggio, quattro personaggi, tanta musica di sottofondo, molta letteratura e strane sedute di pseudo psicanalisi. Sì, avete capito bene: psicanalisi. In questa America rurale, cattiva, selvatica e poetica, due dei protagonisti, Carlo Marx e Dean Moriarty, si lanceranno in lunghe sedute di analisi delle parole, della parola e della personalità. Il tutto attraverso il dialogo. Quello che colpisce di più di questo libro, però, è la freschezza e la modernità che caratterizzano la storia. Se Oscar Wilde, padre dell’estetismo, sosteneva che una bella parola vale più di una storia fantastica, qui Kerouac riesce a fare entrambe le cose: con una lingua che muta e si adatta alla situazione, a volte volgare (“di strada”) a volte lirica, molto spesso poetica, lo scrittore riesce a catturare, ad immortalare nelle pagine un’idea, quella del viaggio e della crescita, come molti altri non sanno fare. “Reduce” di guerra e, quasi sicuramente, dai libri di viaggio di Melville e Faulkner, Keruoac ci porta a spasso per l’America dei grandi spazi, delle minoranze, della fatica, della musica nera. La musica nera, il jazz, le jam session caratterizzano tutto il viaggio. E forse questo, il tema della musica, che ci da la chiave di lettura di quest’opera: una grande Jam Session in quattro movimento. Nelle pagine di questo libro, in realtà, si può leggere la cronaca fedele di quello che era la beat generation e il clima, drogato di poesia e di benzedrina, che dominava quei possenti, meravigliosi e fuggenti anni. Scavando a fondo nei personaggi scopriamo che sono gli stessi protagonisti della beat generation: Sal, il protagonista, è Kerouac; Dean è Neal Cassidy; Carlo Marx, Allen Ginsberg; Old Bull Lee, William S. Burroughs (sì, quello de “Il Pasto Nudo”). C’è tutta la generazione beat, tutta la scena, in movimento. E sul finale, un finale amaro, che sa di sconfitta per molti, di viale del tramonto della droga e degli eccessi per alcuni e di timida sopravvivenza per pochi, Kerouac, in modo profetico, ci rimanda a quello che sarà la fine della sua Storia e della storia di tutti i grandi autori del periodo: chi per droga, chi per alcool, chi per ricordi, tutti si divideranno

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Che altro aggiungere? Hai voglia di viaggiare? Di scrivere? Questo libro fa per te

Voto: 8

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