“…Il Re Lucertola dorme nella stanza numero cinque!” Poesia, spie, sangue, estati indiane e principesse dell’autostrada: ecco cosa sono i The Doors (di Alessandro Di Giuseppe)

Ve lo ricordare Val Kilmer? Prima che diventasse quella faccia di americano grasso, con il diabete e pieno di soldi che trovate se cercate il suo nome su Google Immagini, Val Kilmer,senza che io sapessi chi fosse, era entrato nel mio immaginario. Perché? Ma è semplice: era Batman nel film “Batman Forever”. Sì, quello è uno dei film che odiano tutti, ma a me piaceva tantissimo perché ero bambino, Batman piace a tutti e c’era Jim Carrey che faceva la parte dell’enigmista. Val Kilmer, però, è diventato stra famoso in tutto il mondo per aver interpretato, nel 1986, “Iceman” in “Top Gun”. Io, nel 1986, non esistevo ancora e di “Top Gun”, guardato a undici anni, mi ricordo soltanto la sequenza iniziale, quella subito dopo i titoli di testa, quella in cui ci sono loro che fanno le acrobazie con gli aerei. Vabbé, quale che sia la nostra esperienza con Val Kilmer, tutti noi cinefili ce l’abbiamo nel cuore. Perché Val Kilmer non è soltanto l’attore rude, ben palestrato e con la faccia da schiaffi: Val Kilmer è uno che si è saputo reinventare e prendersi per culo sin dall’inizio della sua lunga carriera. Ma perché vi sto parlando di Val Kilmer? Cosa c’entra con il Re Lucertola? Prima di spiegarvelo, diciamo chi è il Re Lucertola: Re Lucertola è il nome che si era dato Jim Morrison. Se non sai chi sia Jim Morrison, cioè, questa volta dico davvero, non meriti di respirare. Comunque, visto che siamo buoni, lo spieghiamo in tre parole, chi era: Jim Morrison è stato un poeta, cantautore e figura di spicco della scena rock psichedelica di fine anni ’60 e inizio anni ’70. Jim Morrison, oltre che per la sua capigliatura, la sua voce suadente e i testi pieni di poesia che cantava, è stato tristemente famoso perché “stregato” dalla “Maledizione dei 27”: è stato infatti uno dei grandi artisti che è morto a 27 anni dopo una breve e gloriosa carriera. Kurt Cobain diceva che “è meglio bruciare subito, che consumarsi lentamente”. Non tergiversiamo su questa frase, ma andiamo al nocciolo della questione: cosa c’entra Val Kilmer con Jim Morrison? Nel 1991 Oliver Stone, il grandioso regista di “Natural Born Killers”, “Ogni maledetta domenica” e “Platoon”, decide di imbarcarsi in un progetto nuovo: un film biografico. E su cosa fare un film biografico? Ma naturalmente sui “The Doors”: la meravigliosa e focosa band il cui cantante profetava l’amore libero, la liberazione sessuale e cantava del complesso di Edipo. Il film venne massacrato da quasi tutti i fan dei “The Doors” e addirittura i membri ancora vivi della band ne presero le distanze. Oliver Stone aveva fatto morire Morrison anche in un modo assurdo, diverso e troppo lontano dalla realtà (che, in realtà, è una cosa molto diffusa. Un esempio tra tutti, “Pasolini” di Abel Ferrara). Insomma, il film, secondo molti punti di vista, è una merda e Val Kilmer, l’attore protagonista, è stato anche accusato di non assomigliare a Jim Morrison. Io ho guardato il film e, per me, è stato bellissimo: mi ha fatto scoprire i The Doors. Dopo il film, ho iniziato ad ascoltarli, a fissarmi sui testi e a leggere anche Freud (che poi mi avrebbe portato a perdere i capelli). Ma andiamo con ordine. Sei mesi dopo aver visto quel film, ho fatto diciotto anni. Il primo regalo che ho ricevuto, è stato questo disco. Non smetterò mai di ringraziare chi me l’ha comprato. Perché? Te lo dico tra un secondo:

morrisonhotel

TITOLO: Morrison Hotel

BAND: The Doors

ETICHETTA: Elektra Records

TRACKLIST VERSIONE ORIGINALE:

LATO “A”: “HARD ROCK CAFE”

1) Roadhouse Blues
2) Waiting For The Sun
3) You Make Me Real
4) Peace Frog
5) Blue Sunday
6) Ship Of Fools

LATO “B”: “MORRISON HOTEL”

7) Land Ho!
8) The Spy
9) Queen Of The Highway
10) Indian Summer
11) Maggie M’Gill

Quinto album della band, “Morrison Hotel” esce nel Febbraio del 1970. Anticipando di un anno “L.A. Woman”, il disco successivo, inserito, dalla rivista “Rolling Stones”, nella lista dei 500 album più belli di sempre, è un disco che riporta i The Doors alle atmosfere fumose, nostalgiche e cariche di carnalità del jazz e del blues. Nick Cave scrisse un libro di poesie che, se non ricordo male, si chiamava “Vomit Bag’s Poetry” (“Poesie sul sacchetto del vomito”). L’idea del libro era quella di scrivere, in aereo, sul sacchettino per vomitare, delle poesie. Questo disco sembra essere una raccolta di poesie tra un concerto e l’altro della band. Si inizia con “Roadhouse Blues” che ha il ritmo frenetico e l’atmosfera di un concerto dal vivo. Ci sembra quasi di vedere la band che, immersa in un bagno di folla, in un localino poco illuminato, riempito dal fumo di sigaretta, si sta esibendo in un concerto dal vivo. Alla fine di questa canzone, che idealmente chiude questo immaginario concerto, parte “Waiting For The Sun”, una specie di “ballata allucinogena” dal ritmo acido, che ci riporta alla notte dei tempi, alla notte primordiale, allo spuntare del primo disco infuocato del sole sulla lastra increspata del mare. Nell’ottica di questo viaggio, di questa due giorni di rock e follia, “Waiting for Sun” potremmo facilmente interpretarla come il racconto di un membro della band ad una groupie che pende dalle sue labbra. “You Make Me Real”, ci da un indizio che l’interpretazione che ne abbiamo dato, corrisponde a realtà: è una canzonaccia rock in vecchio stile in cui un uomo bramoso di una notte di fuoco incalza una ragazza. Sembra di essere tornati indietro agli anni ’50. Ma da questa canzone, contestualizzata nella nostra visione, traspare che quella sarà soltanto un’avventura di una notte, qualcosa da lasciare “Sulla Strada”. “Peace Frog” segue idealmente la band al rientro in albergo. Ci immaginiamo la band che torna in albergo, accende la tv, nel loro squallido motel, e guardano cosa c’è di schifoso nel mondo: sangue sparso sul suolo di ogni città. “Blue Sunday” è una vera e propria ballata che ci mostra il risveglio, all’alba e con dolci pensieri, della band. In “Ship Of Fools” Morrison ci mostra un’altra amara istantanea del mondo: la razza umana sta morendo, non rimarrà nessuno per urlare. L’unico modo per salvarsi? Salire sulla nave dei folli. Con questo pezzo si chiude la prima parte del disco. La seconda, “Morrison Hotel”, inizia con “Land Ho!”, canzone nostalgica che parla di un rientro a casa, della terra natia e di tutti i ricordi che ad essa sono collegati. “The Spy” sembra farci seguire uno dei nostri “eroi” mentre si avvicina alla casa della donna che ha nella sua città, magari spiandola della finestra, rubando i suoi piccoli momenti sapendo benissimo cosa quella donna ha in mente. Non a caso, la canzone si apre con il verso “i’m a spy in the house of love” (“sono una spia nella casa dell’amore”). Con “Queen Of The Highway” sembriamo entrare nelle dinamiche della coppia: lei una regina della strada, lui una bestia feroce, informe, brutta. Ed è forse questa dicotomia così evidente, alla base del loro amore? Forse sì e “Indian Summer” ce lo suggerisce: non possiamo fare a meno di immaginare i due amanti a letto, dopo una litigata, dopo aver fatto l’amore, che parlano di come si sono conosciuti. Ma il viaggio non è finito, la band deve rimettersi in marcia fino alla prossima città dove incontreranno “Maggie M’Gill”. Forse un’altra donna? Un’altra groupie? Non si sa. L’importante, come direbbe Kerouac, è andare!

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Disco denso e maturo, inebriante e coinvolgente, “Morrison Hotel” è uno di quegli album che non smetterete mai di ascoltare. Tra il jazz, il blues, la poesia e il rock, vi fare venire voglia di imbracciare uno strumento, buttar giù qualche accordo, farvi sciogliere un francobollo di L.S.D. sotto la lingua, scrivere poesie ed andare in tour. Cos’altro volete?

VOTO: 10

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