Jean-Baptiste Del Amo “Il Sale”: quando il mare affoga l’anima ma non sciacqua via i ricordi (di Alessandro Di Giuseppe)

Al titolo di questa “recensione”, forse già troppo poetico, potente e letterario, potrei aggiungere, magari tra parentesi, “e porta a galla i cadaveri del passato”. Ma un titolo, per quanto bello, poetico o lungo che sia, sopratutto di una recensione, può dare onore ad un libro? La risposta, ovviamente, è no. Sì, se mi chiamassi Pier Paolo Pasolini, oltre ad avere ammiratori che non hanno letto nulla di quello che ho scritto o detrattori (vedi Muccino) che utilizzano il mio nome per darsi un tono, magari ci riuscirei. Ma io non mi chiamo Pasolini, non ho intervistato Ezra Pound o Ungaretti e non so farlo. Quello che posso fare in questo spazio (cito Ghezzi: “che mi offrite di occupare”), è parlare di un libro, che ho letto troppo tardi, che potrebbe, dovrebbe essere letto dal mondo intero.

Alberto Moravia, in una sua intervista per la televisione italiana, disse una cosa (cito a memoria, potrebbero non essere le sue parole precise) estremamente  cinica e polemica: “La famiglia dovrebbe essere distrutta perché è il luogo in cui nascono i traumi”. Ora, evitando di sollevare polemiche inutili (ma sarebbe veramente bello farlo a  poca distanza dal sinodo) vorrei soffermarmi sul concetto che esprime Moravia: il trauma. Perché è questo l’argomento centrale, il fulcro del libro di Jean-Baptiste Del Amo. Il trauma, l’indifferenza, l’incomunicabilità, l’allontanamento, la presa di distanza da un passato che forma, che tormenta e da cui, inevitabilmente, non riusciamo a sfuggire. Ma andiamo con ordine.

 

TRAMA:

Louise, vedova di suo marito Armand, decide di organizzare una cena a casa sua invitando i suoi tre figli: Jonas, Albin e Fanny. La cena si terrà a casa sua, la casa piena di ricordi in cui viveva con suo marito, nella piccola città portuale di Sète. L’invito inquieta tutti. Nelle ore precedenti alla cena, ognuno dei quattro personaggi analizzerà la propria storia, la propria vita, il rapporto con il mare, con la famiglia da cui proviene e dalla famiglia che hanno costruito

Raccontato così, in quattro righe, questo libro potrebbe sembrare la solita e banalotta storia famigliare, il solito melodramma da casalinghe depresse, a cui piace piangere guardando “Il Bambino con il pigiama a righe” o “Memorie di una ladra di libri”. In realtà è qualcosa d’altro, qualcosa di più complesso: un materiale in continua evoluzione, una sostanza viva, scivolosa, appiccicosa, che ti entra nell’anima. L’autore, con la sua prosa poetica, l’abilità della lingua, la cura con cui propone le situazioni, con cui analizza la psicologia dei suoi personaggi, con cui gli entra nell’anima ,  con cui scalfisce la superficie delle loro corazze e penetra in quell’inferno dantesco, popolato da demoni, desideri, oscure presenze che è la loro anima, non può non farci pensare. E l’inferno in cui si addentra, che studia, che vuole conoscere, è un inferno umano, carnale, terreno. Con un gusto voyerista e céliniano, dissezione una realtà fatta di abusi, di affetto mancato, di aspettative disattese, di omosessualità repressa e poi sprigionata in modo vampiresco, animalesco, brutale ed adolescenziale. La sofferenza, il cancro, la morte, il sesso, la vecchiaia, la solitudine e l’abbandono sono mostrate nelle sue sfaccettature più vere, più reali, più umane e insieme poetiche. Chiudendo il libro, mi sono commosso. Non mi capita spesso (l’ultima volta che ho pianto dopo un film, è stato mentre scorrevano i titoli di coda di “Un’altra donna” di Woody Allen) ma questo lo fa. Ti entra dentro, ti tira giù come un’onda, come quel mare, una specie di testimone silenzioso alla Kieslowski, che osserva tutto nel libro. E quel bacio sulle labbra che Fanny da a sua madre nel suo letto di bambina, dopo essersi aperte, dopo essersi confessate ed aver capito, in modo tragico, di non essersi mai appartenute, non può che ricordare, completandola in modo ancora più oscuro, ancora più umano, la scena dell’abbraccio mancato di “Sussurri e grida” di Bergman.  Paolo Zardi ha intitolato un suo libro “Il giorno che diventammo umani”, Del Amo ci mostra quando e in che modo lo siamo diventati.

VOTO: 8

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