“Le affondai il pugnale nel cuore e dalla ferita prese a scorrere il suo amore” . Nick Cave e le sue ballate assassine (di Alessandro Di Giuseppe)

Una volta, avevo sedici anni, i capelli lunghi ed ero un idiota (come faccio a saperlo? Ascoltavo soltanto musica metal: come facevo a non essere un idiota?), ci diedero un compito in classe da fare. Era un compito di Italiano: la materia in cui, più o meno, riuscivo a cavarmela sempre molto più che dignitosamente. Chiunque abbia fatto le superiori- immagino tutti quelli che leggono- sa benissimo che, dal terzo anno in poi, il compito in classe di Italiano cambia forma: il bel tema libero (o a soggetto) con cui potevi sbizzarrirti e dire quello che volevi- perché poi tanto era un testo di fantasia e nessuno poteva dirti nulla: andava bene sempre-, viene sostituito da due opzioni, due fredde e schematiche opzioni che sono il saggio breve e l’analisi del testo. E ve li ricordate i saggi brevi? Sembravano difficilissimi, vero? Era impossibile riuscire a cavare qualcosa dalla documentazione che ti davano, vero? Bene, chiunque si sia trovato a dover scrivere una tesi e doverla cercare lui la documentazione, adesso benedirà il professore e darebbe l’anima al diavolo, per avere il tema e tutta l e fonti già selezionate e pronte. Comunque, cosa stavo dicendo? Ah già, il compito di Italiano! Dunque, in una delle tracce c’era la foto di una casetta immersa nella neve, con le lucine alle finestre e il fumo che usciva dal camino. Adesso, una persona normale ci avrebbe scritto una storiella natalizia, magari con un finale pietoso e buonista, magari strizzando l’occhio al Charles Dickens di “A Christmas Carol”. Era la soluzione migliore. Significava vincere facile. Chiunque avrebbe scelto quella soluzione. Anche imbastendo un melodramma di serie b (per capirci: bastava inserire una famiglia povera, con una figlia malata, che camminavano nella neve, vestiti di stracci, fino alla casa. Guardando dalle finestre, si accorgono che è la modestissima casa di uno vecchio vedovo sgorbutico e senza figli. Da quella situazione sarebbe partito un dialogo e alla fine il vedovo, intenerito dalla famigliola, li avrebbe invitati al caldo e tutto sarebbe finito con una scena corale di una cena, con il fuoco che scoppietta ed una voce, forse addirittura quella di Dio, che spiega, in fuori campo, la morale della storia) chiunque l’avrebbe sfangata. E io, immagino che vi starete chiedendo tutti, cosa ho scritto? Ma semplice: la storia di un brutale omicidio. A mia discolpa, e per giustificarmi, vorrei dire che ti trattava di un vero omicidio. Quale? Uno di quelli che si incardinano nella sanguinosa storia del Black Metal. Per chi è esperto di truculenti omicidi norvegesi, dirò che è la storia di quando Burzum uccide Euronymous. Per chi non ne sa nulla, lo spiego in una frase: una notte, un tipo di nome Varg, ammazzò un altro tipo dal nome impronunciabile accoltellandolo in casa sua. La cosa bella era che questi due tipi, suonavano in una band che faceva musica black metal. Potete capire che il testo fece il giro della classe e mi ritrovai a leggerlo per tutti. Presi soltanto sei e mezzo e mi guadagnai la reputazione di folle. Ma poi, come sempre accade, i folli (e i poeti) si ritrovano sempre. Io sono un folle. Nick Cave è un poeta folle. E questo è il suo disco che ho ascoltato di più

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TITOLO: Murder Ballads

BAND: Nick Cave and The Bad Seed

ANNO: 1996

ETICHETTA: Mute Records

TRACKLIST:

1) Song of Joy
2) Stagger Lee
3) Henry Lee
4) Lovely Creature
5) Where the Wild Roses Grow
6) The Curse of Millhaven
7) The Kindness of Stranger
8) Crow Jane
9) O’Malley’s Bar
10) Death Is Not The End

 

Parlare di questo disco, cercare di analizzarlo (non sono un musicologo né un critico e quindi  è sicuro che lo farò e l’ho fatto male in tutti gli altri articolo che ho scritto e che scriverò) è una dura impresa. E non tanto per la complessità d’ascolto- dischi come “Your Funeral My Trial” dello stesso Cave o il  “Blemish” di David Sylvian richiedono più sforzo nell’ascolto- ma perché  è un di quegli album che ti formano, che ti porti nel cuore e da cui torni periodicamente, quando cerchi ispirazione. Perché questo disco non è soltanto un disco. Questo disco è… come definirlo? Un romanzo di passione ed omicidio. Un romanzo nero, dalle tinte fosche e dalla melodia oscura che ha il ritmo di un film gotico della Hammer. Si parte da “Song of Joy”: il nebbioso racconto di un uomo che, arrivato davanti alla porta di una casetta innevata, in cima ad un colle, inizia a raccontare la storia della sua vita, della sua famiglia uccisa da uno strano uomo e del suo tentativo di trovarlo. In realtà il testo è ambiguo e carico di sottetesti: Joy, in inglese “gioia”, potrebbe essere anche il nome della moglie barbaramente trucidata dall’uomo. E l’uomo, il viandante solitario, potrebbe essere lui stesso l’assassino. E voi cosa fareste? Lo ospitereste o no? Dalla notte nevosa, nebbiosa di questa prima canzone, si passa alle atmosfere fumose e avvinazzate di un oscuro bar di provincia dove faremo la conoscenza di un pazzo omicida (la vicenda è tratta dalla storia vera di Lee Shaldon) che ucciderà in modo sanguinoso il gestore del bar e il compagno (quasi sicuramente il pappone) di una ragazza seduta vicino al bancone. Surfando su questa onda di sangue, ci ritroveremo in compagnia di Henry Lee, un uomo ucciso da una donna perché si è rifiutato di baciarla e giacere con lei (io l’ho sempre detto: il sesso fa male!). Questa è la prima canzone cantata in coppia da Nick Cave e dalla bellissima P.J.Harvey. Si passa quindi a Lovely Creature: autostoppisti fantasmi e amore “fino all’ultimo respiro”. “Where the wild roses grow”, canzone “emblema” dell’album, ci porta in una storia d’amore tra due sconosciuti. I due si innamorano al primo sguardo. Il terzo giorno, lui la porta al fiume, a vedere “dove nascono le rose selvatiche” e la uccide fracassandole la testa con un sasso. Questo è il secondo duetto dell’album: insieme a Nick Cave, sentiamo la voce di Kylie Minogue. Perfetta in questo pezzo. Ed è questa voce perfetta e malinconica che ci porta scoprire la maledizione che grava su questa città: “The curse of Millheaven”, canzone cantata da demoniache ed umane presenze. racconta di come l’omicidio, in questa strana città, sia la regola. Con “The Kindness of Stranger” l’atmosfera cambia: ci viene narrata la storia di una ragazza di provincia che, scappata di casa e dopo aver preso una stanza in uno squallido motel, viene assassinata da Richard Slade, un uomo che le si è presentato qualche ora prima dell’omicidio. Crow Jane, brano dal gusto blues e vagamente allegro, sembra farci rivolgere l’attenzione verso un cimitero in cui un unico corvo, gracchiando sopra una croce di ferro arrugginito, racconta le storie di questa pazza e macabra città. Finiamo quindi in un bar, quasi come se tornassimo indietro sulle colline, verso quella casa in cui siamo arrivati all’inizio. “Death Is Not The End”, cover di Bob Dylan, in quest’ottica, può avere due significati: consolante, perché la morte è soltanto un passaggio; ma anche- e questa credo sia l’interpretazione più adatta al disco- quello di una condanna. Il tema della condanna, del rimanere dei fantasmi che infestano una città morta, risolverebbe il disco, chiuderebbe il cerchio e renderebbe questa strana città, una città fantasma, animata da spettri, che si anima soltanto al battere della mezzanotte

Cave

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disco splendido e splendidamente scritto e narrato dal Re Inchiostro della New Wave. Un romanzo sonoro- non dobbiamo dimenticare che Nick Cave, oltre che essere stato il frontman dei “The Birthday Party” ed aver militato in diverse formazioni musicali, ha scritto anche tre libri (“e l’asina vide l’angelo”, “Re Inkiostro” e “La Morte di Bunny Munro”), un commento al Vangelo secondo Giovanni ed anche la sceneggiature del folle seguito, mai realizzato, del film “Il Gladiatore”- che ci farà entrare, come dei moderni Cenobiti, nella terra dove piacere e dolore, amore e morte, passione e tormento si incontrano

Disco imperdibile

Voto: 10

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