…Non è colpa nostra, commissario: è lui che si è buttato! “Morte accidentale di un anarchico”: il teatro di Dario Fo tra politica e satira (di Alessandro Di Giuseppe)

Alzi la mano chi non ha mai recitato nella vita!
Ammettetelo, quel periodo lo abbiamo passato tutti: tra recite all’asilo, rappresentazioni di fine anno all’oratorio, saggi di scuole di teatro di quarta categoria e corsi per amatori, tutti quanti, almeno una volta nella nostra vita, abbiamo dovuto imparare a memoria un testo, metterci addosso vestiti che non erano i nostri e, dopo essercela fatta letteralmente nei pantaloni per l’ansia, salire su un palco e andare a recitare.
Se la sensazione di ansia ce la ricordiamo tutti, però, la sensazione successiva, quella gioia mista al senso di potere per aver tenuto gente all’amo per un’ora e mezza, è una delle sensazioni più belle che si possano provare: una sensazione che, da sola, ti ripaga di tutti gli sforzi fatti.
Perché, alla fine, ammettiamolo: stare al centro dell’attenzione ed essere ascoltati è il sogno di tutti che sia parlare dall’altare di una chiesa durante una Messa, o che sia stare in piedi sulle assi polverose di un palchetto per un comizio elettorale, ci piace. E ci piace perché, in fin dei conti, tutti quanti sappiamo di saperne una più degli altri.
Ecco, se è vero che tutti quanti crediamo di essere degli “specialisti” di qualcosa e tutti quanti abbiamo fatto un po’ di teatro, è vero anche che in pochi decidono di continuare a farlo, di sceglierselo come mestiere.
In questa sede non riprenderemo la querelle beniana sull’etimologia del termine-viene da agere o da agire?- o sul concetto di teatro vuoto, ma ci limiteremo a dire che l’attore, da sempre, è il mestiere più difficile è sottovalutato del mondo.
C’è una vecchia battuta che dice “tranquilli attori: il duro del lavoro sono i primi trent’anni, poi è tutto in discesa” che descrive al meglio questa condizione di costante “incertezza” e “precariato”-ci pensate? Gli attori di teatro sono stati le prime vittime del precariato.
Se il lavoro dell’attore vi sembra complesso, però, lavoro ancora più difficile è quello dell’autore.
Un autore, commediografo o drammaturgo che sia, è sempre in bilico sulla sottile linea rossa: accondiscendere al “potere” o essere sì stessi?
La questione vi sembrerà banale e ideologica (forse anche troppo politicizzata) ma se pensiamo che la storia del teatro, già dalle sue origini “moderne”-quella della Commedia dell’Arte e della scuola francese del grammelot-, ha dovuto fare i salti mortale per mascherare la sua satira ed essere incisiva, io non la butterei troppo sul polemico. Se poi pensiamo anche che un gigante come Petronio è stato praticamente esiliato per il suo “Satyricon”, non possiamo che prendere atto che questa diatriba teatro-potere è degna di essere ricordata e presa in considerazione.
Non ripercorreremo, per ovvi motivi di tempo e di spazio-questo è solo il cappello dell’articolo ed è già lunghissimo-, tutta la storia del teatri militante e contro l’autorità, diremo soltanto che, in Italia, negli anni ’60 e ’70, nel pieno delle contestazioni, insieme al cinema, alla musica e alla stampa, aveva preso posizioni ed era entrato a gamba tesa nel dibattito politico.
Esponenti di spicco di questa “rinata” tendenza teatrale, sono la coppia Dario Fo e Franca Rame

1962 Nella foto: gli attori Dario Fo e Franca Rame @ArchiviFarabola

Da sempre impegnati sul fronte delle lotte politiche e sociali-Dario Fo, già premio nobel per la letteratura, fino all’ultimo: nel 2015 pubblica un libro intervista titolato “Un uomo bruciato vivo”, la storia di Ion Cazacu, un operaio arso vivo dal suo padrone-, la coppia è stata un po’ il centro di quel teatro militante che in quegli anni si era diffuso e che continuava, nonostante le varie rappresaglie dei gruppi di destra estrema-non dobbiamo mai dimenticarci che Franca Rame fu vittima di uno stupro organizzato da gruppi neonazisti-, ha continuato a portare aventi un teatro di denuncia.
L’opera che andiamo a commentare oggi è forse una delle più belle e famose messa su dalla coppia.
Si tratta di una commedia che affonda le sue radici su un terremo sporco di sangue e di cemento.
Siete pronti a seguirla?
Attenzione a sporgervi dalle finestre, però: potreste cadere!

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TITOLO: Morte accidentale di un anarchico

TESTO: Dario Fo

TIPO DI TESTO: Commedia in tre atti

DATA DEL DEBUTTO: 5 dicembre 1970

TRAMA:

L’opera si svolge tutta dentro un ufficio di un commissariato dove un pazzo “con manie istrioniche” (Dario Fo), viene interrogato dal commissario. Il suo reato? Esercizio abusivo di professione medica. Dopo questo divertentissimo dialogo, il commissario ed il matto escono di scena. Il matto, però, dimenticandosi i suoi certificati medici, torna nell’ufficio e, con la scusa di rimettersi in tasca i suoi certificati, strappa prima le denunce a suo carico e poi trova una cartella con un brutto caso di cronaca: un anarchico, in quello stesso ufficio, durante un interrogatorio, è volato giù dalla finestra ed è morto. In quello stesso momento suona il telefono: tutto il commissariato è in febbricitante attesa di Maria Feletti. Maria Feletti è una giornalista che vuole far chiarezza sull’accaduto. Il matto decide quindi di fingersi uno dei capi della polizia e partecipa all’intervista/interrogatorio. In realtà, con tutte le sue gang e i suoi interventi, capiamo che il matto altro non sta facendo se non aiutare la giornalista a confutare le tre tesi ufficiali: che l’anarchico si sia buttato da solo; che l’anarchico si sia sporto troppo dal davanzale e che gli agenti di polizia presenti, cercando di salvare l’anarchico, lo abbiano preso per i piedi e siano rimasti con una delle sue scarpe in mano. La situazione degenera quando, tra l’isteria dei poliziotti e le domande incalzanti della giornalista, nell’ufficio si presenta il vero capo della polizia. Cosa fare? E il matto? Ma, soprattutto, come è morto l’anarchico?

“Morte accidentale di un anarchico” è uno spettacolo importante ed estremamente divertente: attraverso la strategia classica della commedia degli equivoci, il testo ci permette di entrare in quelle che, nel clima di paura e controinformazione dell’epoca, erano chiamate “Le stanze del potere”. E “le stanze del potere” erano chiuse, blindate, inaccessibili: i luoghi in cui i potenti, magari al buio, decidono le sorti del paese. Dario Fo, con un lungo e glorioso passato di militante nelle file del P.C.I., decide di mostrarcelo nel modo più ridicolo possibile: il commissario è chiaramente una macchietta e tutta la centrale di polizia sembra fatta da perdigiorno che, vinto il concorso, stanno attaccati alle poltrone e, esattamente come gli scolari con i maestri, hanno paura dell’interrogazione a sorpresa.
Interessante è il fatto che tutto il botta e risposta iniziale, quello in cui il matto precisa come si leggono le frasi che ha scritto, come fare le pause, che espressioni usare quando si recita il suo curriculum, sembra essere stato scritto ad hoc per parodiare tutti quei giudici che, destreggiandosi con l’uso delle parole, riuscivano a scagionare anche i criminali più efferati. Non ci credete? Se avete un po’ di tempo da perdere-si tratta di un’oretta e dieci scarsa-andate a cercarvi un film che si chiama “Processo per stupro”. Non ne parleremo approfonditamente, ma vi dirò soltanto che quello è stato il primo processo filmato dalle telecamere e di ascoltare bene le arringhe degli avvocati della difesa. E se rimarrete scioccati, pensate che quello era il clima che si respirava nelle aule dei tribunali, quando si faceva un processo per stupro negli anni ’70.

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Comunque, tornando alla commedia, Dario Fo ci da, già dalle prime battute di dialogo, la cifra di quello che sarà il resto dell’opera: uno sberleffo continuo che vuole smascherare e condannare un’autorità cieca e sorda nei confronti del cittadino.
Esilarante è anche la scena delle telefonata-la prende il matto e, attraverso un gioco di parole, riesce a mettere, l’uno contro l’altro, i due appuntati dei Carabinieri-, culminante in un poderoso pugno in faccia, che non può che essere letta e vista come una forte critica nei confronti dell’arma e della facilità con cui era possibile depistarla.
Anche nella scena dello “svelamento” del fascicolo sull’anarchico, notiamo una nota di pura satira: sembra che quello-all’apparenza un faldone come un altro, in pratica una cosa estremamente seria- sia uno dei pochi reperti non ingoiati, e dimenticati in qualche “Armadio della vergogna” .

Se queste interpretazioni critiche e polemiche ci sembrano solo suggerite, nel secondo e nel terzo atto-quelli in cui il matto si veste da capitano ed arriva la giornalista-, sono palesi: si cerca di parodiare tutta l’arma-il capitano è visto quasi come un pirata con una benda sull’occhio, un braccio di legno ed un lungo paio di baffi- e di dimostrare che l’omicidio dell’anarchico è stato un omicidio di Stato: le tre ipotesi, infatti, nono sono nient’altro che le tre ipotesi ufficiali degli agenti di polizia sul caso Pinelli.

Pinelli era un ferroviere, un anarchico, che accusato di essere stato uno dei responsabili della strage di Piazza Fontana, interrogato dai carabinieri, cadde dalla finestra del quarto piano e morì.
A tutt’oggi non si sa ancora bene cosa sia successo in quella stanza.
Certo, se è vero che non si sa cosa sia davvero successo quella notte in quell’ufficio, è anche vero che l’intelighenzia italiana dell’epoca non credeva alle ipotesi ufficiale-da guardare, anche questo si trova sulla rete, “Tre ipotesi sulla morte dell’anarchico Pinelli” di Elio Petri- ed ha fatto di tutto per riaprire “il caso”.

pinelli

 

 

 

 

 

 

E “morte accidentale di un anarchico” è importante proprio e soprattutto per questo: attraverso l’uso dell’ironia e della satira, ci permette di indignarci e ci spinge al ragionamento.
E tutto questo, oltre che ad essere bellissimo, è TEATRO!

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