…Se una notte d’inverno un Fuorilegge. Nicola Manuppelli, “Bowling”: la prima regola è mantenere le promesse (di Alessandro Di Giuseppe)

C’è stato un periodo in cui ogni prodotto artistico che si produceva in America,che fosse una canzone pop di successo, un libro, un film, un albo a fumetti, parlava, direttamente o indirettamente, della guerra in Vietnam.
Capiamoci, non c’è nulla di sbagliato-dobbiamo pensare alla guerra in Vietnam come alla “perdita dell’innocenza” dell’America-e si sono prodotte cose bellissime (dal perfetto “Apocalypse Now”, alla bellissima “Born in the U.S.A.”), ma se pensiamo che questa tematica “calda” è diventata uno standard, un espediente narrativo come un altro per tirare su una sceneggiatura, per inserire un flashback in un libro, per dare spessore ad un personaggio, le cose prendono una piega leggermente diversa.
Insomma, per dirla in parole povere, ad un certo punto, esattamente come il noir, il giallo, il poliziottesco e l’horror, il Vietnam è diventato un genere a sé stante. E quando qualcosa diventa un genere, si schematizza ed entra in una macchina produttiva come quella del cinema-se avete visto “Ave, Cesare!” dei fratello Cohen, avete un’idea di quali siano le dinamiche dell’industria cinematografica-, beh,allora tutta la profondità ed il dinamismo e il crudo realismo delle situazioni e dei personaggi si perdono, vengono sostituiti dalla routine e dalle stereotipizzazioni.
Per carità, in questo articolo non sto cercando di distruggere tutto il sistema di scrittura e produzione di Hollywood-io stesso sono una specie di drogato di film d’exploitation-, ma dobbiamo ammettere che anche già da “Rambo” la situazione stava sfuggendo di mano.
La cosa che dispiace di più, però, quando si parla di un genere che si riferisce ad un evento così drammatico, è veder sviliti tutti i problemi “secondari” della guerra: braccianti e sottoproletari che, tornando a casa, non trovavano più il proprio posto di lavoro o tornano drogati o con gravi disturbi post traumatici.
Evitando moralismi inutili-si potrebbe fare lo stesso discorso per tutti i film che riguardano la Prima e Seconda Guerra Mondiale o tutto il filone sulle torture-, diremo soltanto che, in qualche modo per grazia ricevuta, una buona fetta di tutti quei prodotti sono stati giustamente dimenticati e cestinati.
Pier Paolo Pasolini, in quella raccolta di saggi che è “Empirismo Eretico”, ponendosi la questione dei film e del tempo, sosteneva che i film durano, al massimo, dieci anni e poi diventano vecchi.
Il discorso del poeta-secondo Moravia, l’unico vero poeta del Novecento italiano- si fonda sul fatto che l’urgenza cinematografica (c’è qualcosa, nell’attitudine, che riportava un po’ alle varie nouvelle vague che stavano scoppiando in tutto il mondo in quegli anni), legata allo spirito del tempo, invecchiasse prematuramente.
Discorso molto saggio e ben studiato.
Ma allora perché, a distanza di vent’anni dal conflitto, i prodotti migliori di quell’epoca e che in quell’epoca sono saldamente ancorati, sono rimasti?
Per spiegarlo torniamo a bomba: i prodotti che sono rimasti, sono rimasti non perché parlano soltanto del Vietnam, ma perché sono degli spaccati di vita.
Se un film come “Il Cacciatore” è rimasto e anche oggi è un capolavoro, di certo non è soltanto per la seconda parte.
Ma cosa c’entra un film come “Il Cacciatore” con un libro che si chiama “Bowling”?
Il tempo di andare a capo e lo scoprirete:

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TITOLO: Bowling (mantenere le promesse)

AUTORE: Nicola Manuppelli

CASA EDITRICE: Barney Edizioni

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2014

PAGINE: 141

TRAMA:

In una gelida notte a Milano, con il cielo che minaccia neve e nessuna macchina in giro, Al e i suoi amici sono chiusi in una sala da Bowling per il loro torneo settimanale. Sembra una serata tranquilla, una serata come tante altre, una tipica serata amici-ragazze-bowling-birra e poi a casa, ma c’è qualcosa di strano, una tensione elettrica in quell’aria gelida che ti spacca la pelle e ghiaccia le ossa. E se quella non fosse soltanto una semplice partita a Bowling? Se quella sera, oltre che a fare strike, a far cadere tutti i birilli, a fare il punteggio più alto, ci fosse dell’altro in ballo? E cosa succederebbe se la neve bloccasse le strade e quella sala da Bowling fosse l’unico posto in cui poter stare?

Uscito inizialmente in modo frammentario (in una forma da romanzo d’appendice) sulle pagine della Chicago Quarterly, “Bowling” è un romanzo intenso, ritmato, che si legge tutto d’un fiato e che lascia dentro una sensazione di inquietudine e rabbia.
Concentrato in 141 pagine-risultato di almeno tre stesure- questo libro racconta della vita, del lavoro e delle relazioni di un gruppo di personaggi. Rintracciamo due linee narrative ben distinte che si intrecciano tra di loro: la storia di questo storico gruppo di amici che, lentamente ma in modo ineluttabile, finisce per perdere i legami, per logorare le corde che lo teneva insieme, e la storia di un’altra separazione: quella del protagonista da sua moglie.
Attenzione, si vi aspettate pagine e pagine di litigi e scazzottate o dialoghi logoranti alla “Scene da un matrimonio” (uno dei film che riguardo più volentieri di Bergman, tra le altre cose), vi sbagliate: se ogni momento del romanzo è il frutto di uno studio attento e rigoroso sulle “traiettorie” che seguono i personaggi, la lettura risulta scorrevole ed avvincente, incalzante e ben ritmata.
Qualcuno disse che, per scrivere bene, bisogna mettere un po’ di sé stessi in ogni personaggio.
Non so se il trucco funzioni sempre e non conosco così bene Manuppelli di persona, ma all’interno di queste pagine, intessuti dentro i flashback del protagonista, si leggono stralci di vita vera: i primi lavori per mantenersi, i primi affitti pagati con i propri soldi ed il senso di libertà ed angoscia che ci da il crescere.
Crescere, questa è la cosa fondamentale: Bowling è un romanzo sulla crescita e sul dolore e le rinunce che a questo passaggio della vita-non si cresce quando si perde la verginità o si fanno diciotto anni o si va a votare per la prima volta, si cresce quando si fa qualcosa di importante- sono associate.

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Ma quindi cosa c’entra “Il Cacciatore”?
“Il Cacciatore” si muove sugli stessi binari di questo libro e, analizzando le due opere, ci si capisce quanto il Manuppelli si sia ispirato a questo film: tutta la prima parte del film, i primi trentacinque minuti, quella che descrive le “avarege lives” dei personaggi, può essere facilmente messa in relazione alla prima parte di questo libro: se all’inizio del film Michael Cimino ci mostra i protagonisti nel loro lavoro e nei loro momenti di svago-è entrata negli annali la scena in cui il gruppo di amici, finito il turno, va a bere e a giocare a biliardo e, da un juke box, parte “I can’t take my eyes off you” di Glorya Gaynor-, Manuppelli, all’inizio del suo romanzo ci mostra una situazione similare in cui i nostri protagonisti, impegnati in una partita a squadre di bowling, parlano tra di loro. Da qui parte, nel film di Cimino, tutta una “carrellata” di personaggi e situazioni. Nel libro del Manuppelli si parte con il descrivere le diverse “fasi” del torneo di bowling: le strategia tra le squadre, i piccoli problemi fisici-il protagonista ha un taglio su una mano-, le riflessioni sul tempo. Sembra una serata normale ma la tensione è dietro l’angolo. E ci mette poco ad esplodere. Tornando al parallelismo con “Il Cacciatore”, questa tensione esplode nella scena della caccia dopo il matrimonio, quella in cui il personaggio interpretato da Robert De Niro e quello di John Cazale. Quella tra i due personaggi è una discussione che scatta da un pretesto inutile (scoppia perché John Cazale si dimentica le scarpe) e scoperchia le tensioni interne al gruppo. In “Bowling” le cose sono simili: il pretesto è inutile e scoperchia il mondo di non detti che stanno dietro e dentro i personaggi serrando i ritmi e rendendo gli spazi claustrofobici.

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Con un finale tutt’altro che lieto, aperto e glaciale, “Bowling”, vi terrà incollati alle pagine ed è sicuramente una “promessa mantenuta”

VOTO: 7

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