Pagare il prezzo della tolleranza. “Dogville”, la morale e l’etica nell’epoca del capitalismo (di Alessandro Di Giuseppe)

Come spesso succede, l’altra notte non riuscivo a dormire.
Quando non riesci a dormire, soprattutto se sei stanchissimo ma, per qualche oscuro motivo (l’altra sera l’ho trovato: troppa cipolla nel kebab), il sonno non arriva, inizi a girarti e rigirarti nel letto fino a quando, stremato, sbuffi, ti togli le coperte ed inizi a guardare il soffitto mentre un senso di angoscia e di morte ti pervade.
Ecco, in quei momenti i pensieri più strani e i ricordi (o i falsi ricordi) più disparati si affastellano nella tua mente: la prima volta che hai visto una ragazza nuda;il tuo compleanno di diciotto anni; il primo uccello morto che hai trovato, dopo un temporale, vicino al portone di casa dei tuoi nonni; la sensazione di leggerezza e di paura che ti ha pervaso quando hai finalmente deciso di troncare una relazione tossica; la soddisfazione della prima volta che sei riuscito a stare dentro la tua fidanzatina delle superiori-ti ricordi? Non dovevate lasciarvi mai e vivere insieme per tutta la vita-abbastanza a lungo da farle avere una sottospecie di quasi orgasmo e poi quella volta che ti hanno sparato e ti è apparso un gigante con la voce distorta che ti ha detto di non credere alle civette (sì, sto guardando Twin Peaks prima di andare a dormire).
Che poi, se ci facciamo caso, la cosa più brutta di quando hai questi pensieri è che te li riguardi da fuori, alla moviola, e capisci le FIGURE DI MERDA COLOSSALI che hai fatto e ti vergogni in differita.
Ecco, l’altra notte, mentre il mio coinquilino e la sua ragazza fornicavano in camera (non so se lei fingesse, ma dalla velocità degli gnic gnic gnic delle doghe del letto, i suoi mugugnii mi sembravano abbastanza esagerati), mi sono messo a ripensare a quando, da piccolo, mi costringevano a partecipare a quelle brutte riduzioni pseudoteatrali organizzate dalla parrocchia e incentrate su storie della Bibbia.
Le cose che odiavo di più di quelle recite erano: la barba finta che dovevano disegnarmi sulla faccia per farmi sembrare più grande, la ragazzina di turno che dovevo trascinarmi dietro per tutta la durata dello spettacolo (c’era sempre qualcuno che, alla fine di quell’oretta scarsa, si avvicinava e, con il sorriso sulle labbra, sosteneva che eravamo una bella coppia e che ci saremo sposati. Sposati? Ad otto anni? Davvero?) e le trama di quelle recite che erano tutte incentrate sulla bontà di un uomo, sulla giustizia divina e sulla necessità di reprime i propri istinti e di sentirti anche in colpa, a provare un desiderio umano.
Naturalmente la mia “carriera” di attore è proseguita verso altri lidi (potete trovare le mie performance attoriali sul sito: www.pornoestremamentefetishunacosaassurdaguardachecosafaconunabananaeunarpioneommidiomivienedavomitareperchémel’haifattovedere.com), ma quelle trame mi sono rimaste in testa: erano, ripensandoci, di una cattiveria pura e tutte quelle belle cose che ci insegnavano in parrocchia o al catechismo-tutta quella roba di un Dio buono, di un padre misericordioso che ci perdona sempre-erano annullate dalla Bibbia.
Sì, avete capito bene: prendere parte a quelle recite era come essere i protagonisti dei film religiosi scritti da Ned Flanders e prodotti da Montgomery Burns in quella puntata dei Simpson.
E quindi, visto che passiamo buona parte della nostra vita cercando di superare i traumi che abbiamo ricevuto da piccoli, mi sono messo a cercare qualcosa che avrebbe potuto esteriorizzare tutto quel desiderio di violenza e di sadismo di matrice vagamente religiosa di cui ero imbevuto da ragazzino.
L’altro pomeriggio, vista la mia giornata piena di impegni, ho deciso di guardare uno di quei film che metti nella tua lista di visioni future e non guardi mai.
Ecco, dall’inizio di quel film mi sono sentito come mi sentivo quando leggevo quelle specie di copioni: a disagio e pervaso da una sensazione di violenza gratuita.
Di cosa sto parlando?
Di questo:

TITOLO: Dogvillle
ANNO: 2003
CASA DI PRODUZIONE: ZENTROPA
SCENEGGIATURA: Lars Von Trier
REGIA: Lars Von Trier
CAST: Nicole Kidman, Paul Bettany, Stella Skargard, James Caan, Lauren Bacall, Harriett Andersson

TRAMA:
America, primi anni trenta. Dogville è la tipica piccola cittadina di provincia in cui non succede mai nulla e la vita sembra trascinarsi, sempre uguale a sé stessa, per sempre. Una notte, però, la quiete di Dogville viene disturbata da alcuni colpi di pistola e da un’ospite: Grace (Nicole Kidman. La ragazza è in pericolo ed è seguita da una lussuosa macchina piena di gangster. Il primo ad accorgersi di questa presenza è Thomas Edison Jr (Paul Bettany), figlio di un medico e filosofo e scrittore di Dogville. Paul presenta Grace alla comunità e, dopo una riunione, decidono di tenerla e nasconderla a patto che si dia da fare. La vita sembra andare bene per Grace, a Dogville. Ma cosa succede quando lo sceriffo affigge una sua foto segnaletica che la ritrae? Cosa avrà fatto Grace in città? E perché gli abitanti della cittadina, che avevano imparato a voler bene a Grace, di punto in bianco cambiano atteggiamento nei suoi confronti?

Primo capitolo di una triologia incompiuta sull’America-il secondo, Manderlay, verrà realizzato nel 2005 e il terzo, dal titolo evocativo di Washington, non vedrà mai la luce-, Dogville si presenta come un melodramma classico scandito da una voce fuori campo e diviso, come in uno di quei pittoreschi romanzi di formazione settecenteschi, in capitoli che hanno un titolo ed un sottotitolo.
Film complesso, verboso (dal punto di vista più nobile del termine) e particolare, Dogville colpisce subito per le scelte tecniche e scenografiche: il set è una semplice “pedana”, un palcoscenico teatrale nero circondato da pannelli bianchi. Le vie e le case di Dogville sono rappresentate semplicemente da linee bianche che delimitano i vari ambienti e qualche, essenziale elemento distintivo (porte, una vetrina, una campana, qualche albero isolato ed una montagnola).
La scelta, che potrebbe sembrare soltanto il frutto dell’ennesima stravaganza del regista danese (non dobbiamo dimenticare che Lars von Trier è stato uno degli ideatori e fautori del Dogma 95, una sorta di dichiarazione di castità nei confronti del cinema, e che ha scritto e diretto quel piccolo capolavoro che è Idioti), nella narrazione assume un significato preciso che ci aiuta nella comprensione delle due interpretazioni del film.

 

 

 

 

 

 

 

 

Da un lato, infatti, la particolarità di non avere barriere ci porta in una dimensione diversa, altra rispetto ad un film tradizionale e trasforma tutto in una specie di esperimento sociale e di studio antropologico su una piccola cittadina, dall’altra la  piccola cittadina ci mostra tutte le falle e le cattiverie del capitalismo.
Andando con ordine, seguendo la prima linea interpretativa, il film si apre con la descrizione della cittadina: una totale dall’alto ci mostra Dogville come fosse una piantina e una voce fuori campo-una voce profonda, da radiodramma-ci descrive i vari personaggi e quello che fanno per vivere. Gli abitanti che vivono a Dogville sono i più disparati: dal vecchio medico ormai in pensione alla coppia che continua a sfornare figli pur non amandosi più; dalla proprietaria di un negozio di ceramiche alla madre single, di colore, di una bambina paraplegica.
Dogville diventa, quindi, in qualche modo, una specie di paese-mondo in cui si evidenziano tutte le diverse sfaccettature dell’essere umano.
Il focus della voce fuori campo (e quindi anche della macchina da presa),però, in questa specie di ritratto corale altmaniano, è subito su Thomas Edison Jr.: figlio di un medico, anima votata alla filosofia, ai grandi problemi del mondo e scrittore e drammaturgo che però, forse per i vezzi di una vita troppo agiata (o per la mancanza concreta di ispirazione) non ha mai scritto neanche un rigo.
Edison Jr, in un paesino in cui ormai non cambiano neanche più il parroco, si è dato un compito: riunire tutti una volta alla settimana e preparare una lezione sulla civiltà, sui grandi problemi della vita.
Edison Jr., alla fine del primo capitolo, sarà il primo ad incontrare Grace, a cercarla e a portarla in casa sua. Il primo dialogo tra i due avviene nello studio dove Edison passa il tempo: Grace è spaventata, trema e non sa cosa fare. Edison le offre un tozzo di pane ed un bicchiere d’acqua. La reazione di Grace è strana ed è indicativa di quello che è la seconda interpretazione del film: rifiuta il pane e l’acqua (tra l’altro i segni cristiani dell’ultima cena) con una motivazione quantomeno eccentrica: non può accettarli perché non se li è guadagnati, perché non ha fatto nulla per meritarseli. Edison la consola e il giorno dopo, in perfetto stile The Elephant Man, la propone, durante una della sue lezioni alla cittadina, come un ospite da mettere alla prova. Il villaggio accetta e le danno due settimane di tempo per rendersi utile.
Per rendersi utile.
Il parallelismo con la società capitalista, in questo senso, diventa ancora più evidente ed esplicativo: Grace diventa parte della società soltanto nel momento in cui diviene un soggetto che può portare contributo, profitto. Riuscite a rendervi conto di cosa significhi? La specie umana, quella che ha raggiunto l’apice dell’evoluzione, si caratterizza non per le proprie caratteristiche naturali e intellettuali ma per quello che produce. In seconda istanza, il percorso di integrazione nella società per Grace ricalca quello di tanti immigrati: è costretta a fare i lavori più umili e ad essere sottopagata (le prime paghe sono soltanto i vestiti che indossa, il cibo che può mangiare, l’essere considerata dalla società).

La vita di Grace a Dogville, dopo questo “periodo di prova”, sembra essere migliorata: tutti votano per tenerla, le danno la dignità di un essere umano, le ristrutturano una casa ed iniziano a volerle bene. Grace si è trasformata in un membro attivo e produttivo della società e adesso può, con un mero atto di consumo, esaudire un suo desiderio: comprare una collezione di statuine di porcellana in vendita.
Nulla potrebbe distruggere questo idillio, ma stiamo parlando di Lars Von Trier e sappiamo bene che le cose precipiteranno presto.
L’inizio di questa caduta, per me, è l’aver aperto gli occhi al cieco. Oltre che essere un’altra grande metafora biblica-la guarigione del cieco di Gerico-, nel complesso della narrazione indica un momento importante: il cambio di luce. Ce ne sono tre in questo film e rappresentano i tre momenti chiave dell’avventura di Grace: il primo è la notte dell’arrivo, il secondo è questo e il terzo è la caduta.
Grace, aprendo gli occhi al cieco, diventa, in qualche modo, una sorta di visitatore pasoliniano: viene accettato e riesce, anche senza volerlo, a far capire ad ogni personaggio qualcosa che ignoravano. L’esempio lampante è quello di Edison: Grace, durante uno dei loro lunghi dialoghi-sono diventati praticamente una coppia-gli chiede per quale motivo non scriva nulla e chi gli ha donato l’autorità per essere la guida spirituale di Dogville.
La grande differenza tra il visitatore di Teorema di Pasolini e Grace,però, è evidente: Grace riesce a puntare un riflettore sui vizi e le pretese di tutti. E nessuno vuole essere additato come una cattiva persona.
Altro tema che qui esce è quello del prezzo dell’ospitalità: nel capitolo intitolato “Dogville mostra i denti”, sembra esserci un cambio repentino di atteggiamento nei confronti dell’ospite.
Il tutto inizia quando uno degli abitanti del villaggio, con un’etica di fondo da far accapponare la pelle (tu sei nostra ospite e ci DEVI qualcosa) inizia a molestarla. Grace non ci sta e in una delle lezioni che impartisce, come insegnante, ai suoi figli notiamo due cose fondamentali: la prima è la scritta sulla lavagna che recita “Eros=Psyche”; la seconda è l’atteggiamento di uno dei figli della coppia.
Se la scritta sulla lavagna sembra un chiaro riferimento all’epoca classica, ma anche al destino di Grace, l’atteggiamento del figlio risulta la cinica rappresentazione della mentalità di Dogville: chiede a Grace di essere punito per qualcosa che ha fatto e se non lo punirà, sarà lui a punire lei.
Passano i giorni a Dogville e lo sceriffo arriva con una foto segnaletica, la affigge e va via. Cercano Grace. La città si fa ancora più cinica e cattiva. Quando lo sceriffo torna con una nuova foto segnaletica con ricompensa (viva o morta, come nei migliori western), la situazione precipita.
Grace viene stuprata dall’uomo che ha cercato di violentarla prima. La motivazione ci raggela il sangue: “me lo devi. E poi c’è lo sceriffo che ti cerca, non vorrai che io dica qualcosa, vero?”. La scenografia rende la scena, già di per se grottesca, ancora più cruda: tutti gli abitanti di Dogville sembrano girarsi all’unisono verso la scena di stupro.
Grace è una vittima ma la moglie dell’uomo è risentita perché sostiene sia colpa sua. Un altro atto di crudeltà verso Grace viene messo in scena: le distruggono la collezione di statuine, l’unica cosa che si era guadagnata.
Il seguito diventa ancora più grottesco. Dopo una tentata fuga di Grace, la popolazione la fa diventare un vero e proprio capro espiatorio: la legano ad un peso e le infilano una campana al collo per sorvegliarla. E, visto che ha trasgredito, continua ad essere oggetto di violenze sessuali reiterate. Lei le subisce senza fiatare.

Il paradosso ormai è completo: una cittadina di rifugiati si trasforma in un alcova di sfruttatori. L’unico personaggio umano fino a questo momento tentenna. Edison Jr., infatti, lotta per lei ma, lo capiamo, in realtà la vuole soltanto possedere.
Possesso.
Sfruttamento.
Non sono i termini dell’America del capitalismo?
Ma oltre che ad essere sfruttata e vessata, Grace viene anche tradita: Edison, che ha conservato il bigliettino che le ha consegnato il gangster all’inizio della storia, decide di ricevere la ricompensa e richiama i gangster.
L’arrivo dei gangster coincide con il prefinale della storia.
Grace non è quella che è sempre sembrata: non è una puttana, una ladra, un’evasa ma la figlia del boss che voleva, vivendo nella cittadina di Dogville, affrancarsi dal capitalismo.
Il problema di Grace: aver considerato gli uomini troppo buoni.
Il finale di Dogville non può che essere la distruzione e il finale di Grace non può che essere l’abbandonarsi al potere.
Se l’incendio che devasta Dogville sembra ricordare la distruzione di Sodoma e Gomorra-leggendo le pagine della Bibbia tutti, in quella città, si professavano brave persone-, la fine di Grace non ricalca quello dell’agnello sacrificale, del capro espiatorio cristologico che, prendendo su di se fisicamente tutti i mali di Dogville, viene mandato in esilio nel deserto.
Il mondo, sembra dirci von Trier, non è mai stato buono e dobbiamo accettarlo e riconoscerlo.
L’ospite indesiderato che ci apre gli occhi-in questo caso è Grace, ma pensate a quanti immigrati o “diversi” potrebbero essere-, lo fa portandoci amore e noi, la società, siamo solo interessati a sfruttarlo e a tenerlo con la testa basta.
Il mondo ci corrompe e noi dobbiamo lasciarci corrompere.
L’inquadratura finale, con il cane che prende vita e abbaia dal vero per la prima volta, sembra ricordarci che questo fa il potere, questo fa il capitalismo, ci riporta ad uno stato di natura che possiamo tollerare. Ma che, in realtà, è intollerabile.

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