Scacco al Re! “Il Signor Bovary”, Paolo Zardi e il gioco del tradimento (di Alessandro Di Giuseppe)

Nel 1996, durante una trasmissione televisiva, un uomo scoppia in lacrime, disperato.
Mentre una delle telecamere fa uno zoom studiato sul suo viso contrito, il pubblico in sala inizia a mugugnare e ad urlare.
Una scena normale, direte voi.
Una di quelle scene da tv piagnona che fa tanti soldi, penserete voi.
E invece no: l’uomo in lacrime non stava partecipando ad uno di quei talk show da lacrima tv che, purtroppo, sappiamo fare bene noi italiani.
No, l’uomo disperato non era uno di quei tanti americani/italiani che, per avere un po’ di notorietà (è un po’ di soldi), accettano di farsi umiliare. L’uomo che piangeva disperato era Garri Kasparov.
Cosa? Non sapete chi è Garri Kasparov???
Per noi ventiseienni del 2017-quelli che hanno avuto la (s)fortuna di avere, per anni, un solo computer a casa,senza internet e con i giochi rigorosamente originali e su disco-, Kasparov era il nome di un gioco di scacchi su cui, spesso di giorno ma anche di notte, nostro padre o un nostro fratello maggiore ha imparato a bestemmiare seriamente.
Ma Garri Kasparov, prima di diventare il nome di una delle icone che abbellivano il desktop del vecchio computer (Windows ’97) di famiglia, è stato-e continua ad essere, visto che non è ancora morto-uno dei più grandi scacchisti di tutti i tempi.
E a questo punto vi chiederete: ma perché Garri Kasparov, durante quella trasmissione televisiva, si è messo a piangere?
Per capirlo basta una frase detta da Kasparov stesso e che riguarda proprio lo sport (?) che ha praticato per anni è che continua a praticare: “Gli scacchi sono il gioco più violento che possa esistere”.
Kasparov, durante quella trasmissione televisiva, stava giocando contro un computer: un IBM Deep Blue ed ha perso.
Reazione esagerata, penserete voi.
Ma se non fosse così?
Ragionateci un attimo: gli scacchi sono una guerra e il giocatore è il comandante e deve essere disposto a sacrificare anche parte dei suoi uomini, per proteggere il re e vincere la partita. E quando inizi a pensare ai caduti in battaglia, quando inizi a pensare che l’avversario ti sta chiudendo, la pressione si fa sentire e ti lacera il cervello.
Se giochi a scacchi devi ragionare a compartimenti stagni e, se qualcosa interferisce con la tua freddezza, sei fottuto: hai perso.
Ma cosa c’entrano gli scacchi e Kasparov con il libro di oggi?
C’entrano, adesso vi spiego perché

TITOLO: Il Signor Bovary
AUTORE: Paolo Zardi
CASA EDITRICE: Intermezzi Editore
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2014
PAGINE: 74

TRAMA:
In una delle tante e monotone filiali di banca di una delle tante e monotone grandi città, il nostro protagonista (rigorosamente senza nome), uno degli impiegati più promettenti e pronto alla sfida, decide, in modo quasi casuale, di iniziare una relazione con Orietta, una delle donne delle pulizie. Sia lui che lei sono sposati. Lui ha una figlia piccola e il secondo in arrivo, lei un marito burbero che è il padrone della coopertiva in cui lavora. La loro “relazione”, basata su amplessi passionali consumati nei luoghi più strani, non potrebbe andare meglio:messaggini tra il dolce e l’erotico, le fughe nei motel durante le pause, le ore di permesso passate avvinghiati come due animali in calore. Ma cosa succede quando il “nostro eroe”, con una mossa azzardata, decide di infrangere il tabù più grande della sua amante e farsi invitare a casa per consumare, sul suo talamo nuziale, un pomeriggio di sesso? E se qualcosa andasse storto e la sua mossa da alfiere impazzito si rivelasse un errore? E perché il marito della donna sembra aver scoperto tutto ma non da segni di voler fare scenate?

Forse io sono la persona meno adatta per parlare di un libro di Paolo Zardi: adoro il suo modo di scrivere e i suoi libri, l’ho ammesso in quella bellissima intervista che l’autore padovano ci ha concesso un paio d’anni fa, mi hanno formato come scrittore. Tuttavia, di fronte ad un racconto così intenso, non posso non scrivere qualcosa.
Il Signor Bovay, racconto lungo pubblicato dalla casa editrice Intermezzi-che ringrazio vivamente, visto che mi hanno regalato questo libricino che cercavo da anni-, colpisce per molti elementi, sia di stile che di narrazione.
L’incipit ci fa entrare immediatamente nella vicenda in modo secco, freddo e chirurgico: “Si era fatto l’amante in Febbraio, mentre sua moglie era al settimo mese della seconda gravidanza e sua figlia maggiore aveva finalmente abbandonato il pannolino”. Dopo questo meraviglioso incipit-avanti, ammettetelo: è una delle cose più catchy che abbiate mai letto insieme a “Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne”- la trama del racconto inizia a dipanarsi attraverso le strategie del flashback e del flashforward.
Se pensate di trovarvi di fronte alla classica storiella di tradimenti, però, vi sbagliate alla grande: Zardi, attento osservatore della vita alienante da ufficio pubblico (quella zona di nessuno che definirei come “corporate grey” e in cui vigono leggi diverse e il maschilismo e il machismo la fanno da padrone), riesce ad incardinare, in un discorso che potrebbe sembrare trito e ritrito, alcuni elementi particolari. Primo fra tutti, la disparità di condizione sociale.
Non so se l’autore sia stato un lettore di Marx (suppongo di sì, ma potrei sbagliarmi), ma in tutta la prima parte di questo meraviglioso racconto viene (di)mostrato come lo status sociale ed economico a cui i personaggi sono arrivati, li definisce più delle loro ambizioni personali: il nostro protagonista, esponente di quella borghesia un po’ stacanovista e figlia dello yuppismo anni ’80 che ha rovinato l’Italia, sembra prendere la decisione di iniziare una relazione clandestina semplicemente perché, per completare l’equazione soldi-macchina-moglie-figli-amante, manca l’ultimo tassello.
Questa visione dei rapporti materialista, da persona abituata a vendere, a convincere, verrà smascherata dal protagonista stesso più avanti nel libro quando, in un momento di lucido sconforto, ammetterà a sé stesso di aver dichiarato il suo amore ad Orietta soltanto perché, in qualche modo, era l’unico contentino, l’unica paga che poteva corrisponderle per i “servizi offerti”.
Il personaggio di Orietta, invece, in questa ottica interpretativa, si avvicina alle figure sottoproletarie di Pasolini, collocandosi a metà strada tra la “pura ignoranza” dei primi film (da Accattone a La Ricotta) a quelle irrimediabilmente infettate dal virus del capitalismo dell’ultima parte della carriera (le ceneri di Gramsci invocate in quel paesaggio urbano distrutto, degradato di Uccellacci ed uccellini o la colpa della purezza de Il fiore di carta).
Orietta, quindi, in questo racconto vive tre fasi distinte: quella di venire a contatto con un mondo diverso dal suo-il momento in cui viene “scelta”, in realtà braccata da un bacio inaspettato datole dal protagonista una sera-, il godere, quasi prostituendosi-Zardi ci rivela, in uno splendido dialogo che il protagonista ha con un suo collega/amico, che il sesso con Orietta si spinge a pratiche al limite del feticismo- e, in ultimo la punizione per essersi fatta abbindolare dalle false lusinghe del capitalismo. La sua colpa, sembra dirci l’autore, è quella di aver permesso al protagonista di sverginare casa sua.
La casa di Orietta.
La casa di Orietta ci porta ad un altro di quegli elementi squisitamente politici e sociali dalla storia. Seguendo il racconto, Orietta e il nostro protagonista si accordano per vedersi a casa di lei. Il quartiere è degradato, sottoproletario. Il protagonista entra in un bar-il nome è geniale “Bar Lume”- e controlla in quartiere. Ricevuta la telefonata sale in casa di lei-un appartamento in un condominio di case popolari-e si guarda con disprezzo attorno: tutto sembra raccontargli di una vita umile e disagiata, di una vita che lui disprezza. Prima di fare l’amore per l’ultima volta con la sua amante-la relazione non finirà perché i due hanno deciso di troncarla, ma per un fattore esterno-, il protagonista si toglie la sua costosa giacca e l’appende dentro l’armadio di lei. Interessante per due motivi, questa scena: il primo potrebbe essere che il protagonista è riuscito a “piantare la bandiera” su un posto vergine, oscuro e inesplorato; il secondo è perché, guardando l’armadio colmo di vestiti dozzinali, si rende conto che quel mondo lo disprezza e, vista la casa e i vestiti, anche Orietta gli sembra brutta, gli sembra comune, gli sembra troppo umana.

Essere troppo umani ci porta agli ultimi due aspetti che voglio evidenziare del libro: il rapporto con la realtà e la partita a scacchi persa del protagonista.
Il rapporto con la realtà del protagonista-un rapporto, ricordiamolo,cariato dal corporate grey-si sfalda quando il marito di Orietta, un giorno qualunque, si presenta in filiale e, con la scusa di dover parlare con il protagonista, gli rende la giacca e il cellulare. La giacca era appesa nel suo armadio e il cellulare era pieno di foto e video porno di cui i protagonisti erano lui e Orietta, ormai morta.
Il marito di Orietta non fa minacce ma chiede un prestito. Il protagonista, ormai assuefatto alla mentalità del capitale, decide di concedergli prestiti a tassi agevolatissimi ed aprirgli conti corrente.
Il denaro risolverà le cose?
Il marito ormai lo ha in pugno ed è questo il momento in cui scopriamo-in realtà ci sono indizi sparsi in tutti i vari capitoli-, che tutto era soltanto una partita a scacchi che il nostro protagonista ha giocato malissimo, in cui il nostro protagonista ha perso la concentrazione e si è soffermato sulle “vittime secondarie”, su quei pedoni sacrificabili.
La voce narrante, scopriamo, appartiene al protagonista stesso ma non sappiamo e non sa neanche lui cosa sia: la sua coscienza? La sua voce interiore? La sua dignità?
Non ci è dato saperlo.
A me piace pensare che sia una voce che racconta di cosa eravamo “prima di essere umani” (cit.)

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