Sfumature pt.3 ( di Giada Corneli)

(…) Era come se il mondo fosse improvvisamente traslato. Lui  era lì, vicino al fuoco, ma tutto il resto… tutto il resto era sospeso in aria: le persone presenti alla festa, i tavoli, le sedie, le casse della musica, galleggiavano nel cielo, avvolti da fasci di luce dalle mille sfumature colorate.
Sfumature cangianti e sincronizzate, così perfette da sembrare guidate da un’impercettibile melodia.
Qualsiasi cosa si avvicinasse al loro raggio di azione, entrava a far parte di quella lenta e macabra danza volteggiando e galleggiando inerme.
Era uno spettacolo, allo stesso tempo, spaventoso e ipnotico, così coinvolgente che Luca non si accorse che quelle luci stavano raggiungendo anche lui.

Quando lo sovrastarono provò a urlare, ma si rese conto che non riusciva ad emettere alcun suono. Si accorse che anche le sue gambe erano ferme, non rispondevano, erano come paralizzate. Ogni tentativo di fuga era ormai inutile. Cominciò a volteggiare anche lui, a qualche metro di distanza dagli altri. Inaspettatamente, i suoi pensieri si fecero leggeri, tutte le sue paure scomparvero. Era come se il fascio di luce rendesse tutto più facile, persino il ricordo di Alice si fece distante. Chiuse gli occhi e si lasciò cullare, tutto era a posto.
Ma fu un attimo. Un boato lo destò dal torpore, i tavoli e le sedie erano ricaduti al suolo, lasciando nel fascio lui e gli altri invitati alla festa. Non ebbe il tempo di chiedersi cosa stesse per succedere, che venne risucchiato da un vortice. Si ritrovò a testa in giù, completamente al buio, incapace di muoversi o chiedere aiuto.

Passò del tempo, Luca non seppe definire quanto, prima che qualcosa succedesse. Non ci fu alcun suono o movimento, fino a quando, all’improvviso, si accesero le luci. Si trovava in una stanza bianca, asettica, appeso al soffitto con mani e piedi legati. Non era solo, con lui c’erano tutti gli altri, nella sua stessa situazione. Accanto a lui era appeso Stefano. Aveva gli occhi chiusi, sembrava incosciente. Nonostante sapesse di non riuscire a parlare, Luca provò in tutti i modi a chiamarlo, inutilmente. Stava ormai perdendo le forze, quando nella stanza qualcosa si mosse.
Fasci di luce colorata, le stesse sfumature che aveva visto quando era stato preso, iniziarono a comparire attorno a loro. Si fecero sempre più vicini, e Luca si accorse, con orrore, che riusciva a sentire il loro respiro. Capì che non erano solo semplici luci colorate. Quelle erano creatura viventi!

Le creature si avvicinavano sempre di più. Sperò che fosse un brutto sogno, che fosse l’effetto di qualsiasi cosa Stefano gli avesse messo nel bicchiere alla festa -si era reso conto subito che l’amico voleva drogarlo per farlo divertire un po’- ma aveva bevuto troppo poco perché facesse davvero effetto.
Quando gli furono addosso capì invece che tutto era reale.
Il dolore fu insopportabile. Le creature avevano denti aguzzi che gli dilaniavano la carne, poteva sentire persino le sue ossa spezzarsi sotto la potenza di quei denti.

Lo stavano.
Divorando.
Un pezzo.
Alla volta.

Aveva la vista annebbiata dal sangue e dalle lacrime che gli scorrevano sul viso, ma riuscì a vedere perfettamente la testa di Stefano che rotolava sotto di lui. Non riuscì a trattenere il vomito. Il suo amico era morto, quelle bestie schifose lo avevano ucciso, e stavano uccidendo anche lui.
Ormai non poteva fare più niente, si abbandonò al suo destino, sperando che tutto finisse il prima possibile.
Prima che una di quelle creature gli spezzasse l’osso del collo, pensò ad Alice un’ultima volta.

Precedente "...Ringraziamo il Signore per la fine del nostro digiuno!". "We are what we are": un gioiellino per pochi eletti (di Alessandro Di Giuseppe) Successivo ...All'inizio ne ero spaventata, adesso sono parte della casa. "L'incubo di Hill House": Shirley Jackson e la sensibilità (di Alessandro Di Giuseppe)