Situazionismo o idiozia? Il carrozzone di Andrea Diprè pt. 1: Il Capocomico (di Alessandro Di Giuseppe)

Questa rubrica, “Trashume Settimanale”, era una di quelle cose pensate, durante una serata di inverno, a casa di una delle persone con cui abbiamo iniziato questo blog. L’idea generale non mi piaceva troppo ( non sono un cultore del “trash”) ma, ho pensato, c’è chi se ne occupa meglio. Purtroppo, da quella famosa (e fumosa) sera, l’idea è rimasta sulla carta: la rubrica era praticamente vuota. Un paio di giorni fa ho deciso, non so neanche bene perché, di resuscitarla, farla rivivere, rianimarla come avrebbe fatto Herbert West in quei fantastici racconti di Lovecraft e in quei due magnifici film di Stuart Gordon. Prima di iniziare a parlare è doveroso un piccolo, importante chiarimento: in questa rubrica si parlerà del “trash”, di questo fenomeno tanto vecchio quanto la tv o la vita, cercando di essere il più seri possibile. Cercherò, con tutte le mie capacità, di sviscerare l’argomento e di analizzarlo, criticarlo come il buon Kant, con tutti i suoi orari, le sue piccole idiosincrasie, i suoi disturbi ossessivo compulsivi e le sue manie avrebbe fatto. Quindi? Quindi se cercate semplicemente video o immagini inutili, fatte male, da poter scaricare gratuitamente e ripostare sulla vostra bacheca di Facebook, lasciate perdere. Per tutti quelli che hanno interesse a sapere cosa pensa questa mente (de) pensante di ciò che gira e gravita e fa visualizzazioni e diventa famoso sul tubo, su internet, in tv, siete benvenuti. E adesso, dopo tutto questo lungo preambolo, passiamo all’argomento.

Alzi la mano chi non conosce Andrea Diprè… coraggio, tranquilli… Non si paga… Non c’è nessuno? Nessuno nessuno? Naturalmente scherzo, sappiamo tutti chi è Andrea Diprè: avvocato, critico d’arte, inizia la sua “carriera” nel mondo dell’arte come critico su Telemarket; proprietario di alcuni canali televisivi su Sky, inizia delle interviste lodanti ad improbabili artisti, a volte improvvisati a volte semplici dilettanti, anche di talento, ammaliati dal miraggio di un passaggio televisivo, con l’intento di fargli vedere dipinti. L’attività, come ammetterà, successivamente, lo stesso Diprè, in realtà era volta soltanto al guadagno facile. Dopo svariate cause in tribunale ed un sommario e di cattivo gusto, processo a “Mi manda Rai Tre”. Diprè rivolge la sua attività, in realtà quasi “divulgativa”, sulla rete: luogo privilegiato in cui prendere “artisti del popolo” e portarli al successo. La sua “carriera” continua con strane e provocatorie uscite sul mondo della religione (“il dipreismo e la mia religione e si basa sull’epicureismo più sfrenato”), lo Stato e l’arte. Per il “critico”, infatti, l’arte è morta e l’unica forma d’arte possibile, tangibile e duratura, è quella delle “Opere D’arte Mobile”: donne, per lo più pornostar, che “solo per il fatto di respirare, di esistere, stare ferme ed essere guardate dovrebbero essere pagate”. L’ultima folle avventura dell’avvocato, è quella di aver instaurato una relazione, culminata in un sontuoso matrimonio dipreista a Montecarlo, con la soubrette e pornostar, Sara Tommasi (ne parleremo meglio all’interno di questa rubrica). L’attività di Diprè è sotto gli occhi di tutti, visibile e tracciabile dai numerosi video che pubblica sui suoi due canali youtube. Dei video e degli strani personaggi, un po’ felliniani ed un po’ fantozziani, che vivono e si muovono sul suo canale parleremo meglio nei prossimi articoli. Ma adesso sorge la domanda fondamentale: perché Andrea Diprè, questo strano personaggio con cui nessuno vorrebbe mai avere a che fare, è diventato così famoso? A cosa deve il suo successo?. Per rispondere a questa domanda, cito una vecchia battuta che, in parte, risponde alla domanda: “La televisione è fantastica: ci permette di divertirci una sera, in salotto, con gente che non vorremmo mai avere in casa”. E questa è una delle spiegazioni possibili: Diprè ci diverte perché, esattamente come Enrico Lucci de “Le Iene”, smonta, con brutale sarcasmo e tagliente cinismo, le persone che si espongono, che fanno qualcosa. Pensiamoci: quante volte abbiamo preso in giro qualcuno dei nostri amici, soltanto perché scriveva poesie o suonava o pitturava o faceva qualcosa che noi non sappiamo e non vogliamo fare?
Ma il gioco è più grande. Baumann sosteneva che la rete, internet, ci consente libertà che noi non avremmo, nella vita reale e, aggiungo io, ci consente di essere crudeli in modo bestiale (tutti quegli strani siti porno/ divertenti che di porno e divertente non hanno nulla? Toh, ho trovato un nuovo argomento per questa rubrica!) e autogiustifarci. Internet, in definitiva, è diventata una vera e propria religione in cui tutto è concesso, si può fare di tutto, a patto che poi si cancelli la cronologia. E mentre Umberto Eco si scaglia contro i Social Network che danno la parola ai cretini di tutto il mondo (e i cretini hanno risposto. Eccome se hanno risposto), Andreà Diprè emerge dal mare di cavi e video che è Internet e si erge a salvatore, a colui che ci mostra la vera arte nelle persone, la vera arte nell’eccesso. Ma questa è veramente arte? Nel 1952, Guy Debord annoiò critici e pubblico “d’elite” con quel meraviglioso esperimento che era “Hurlement en faveur De Sade”: schermo bianco per novanta minuti, una voce fuori campo. Andy Warhol sconvolse il concetto di arte e di cinema. Prima di lui Duchamp aveva fatto lo stesso. Ma quindi, Diprè è un artista o no? Nei prossimi articoli di questa rubrica cercheremo di capirlo. E lo faremo come lo fa un critico con un artista: parleremo delle sue opere, delle sue interviste, del “catalogo”, del “roster” di artisti che ci propone. Sarà una lunga avventura. Speriamo di riuscire a raccapezzarci.

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