Starslugs: istantanee di urbanità degradata tra riti e tecniche (di Alessandro Di Giuseppe)

Negli ultimi anni, tipo da quando gli Zen Circus e i Tre Allegri Ragazzi Morti hanno iniziato a conquistare grosse fette di pubblico (e di mercato), a tutti piace la musica Indie e tutti fanno musica Indie. Indie. Una bella parola. Ma che significa? La musica Indie dovrebbe essere la musica che, svincolata dalle logiche di mercato e dai vincoli contrattuali delle grandi major, propone una specie di alternativa alla musica mainstream. Detto così, in due righe, capisco che il concetto non possa passare bene. Rendiamolo più semplice: la musica Mainstream è quella che si ascolta sempre, quella che mandano in heavy rotation nelle radio e che vi rimbomba in testa (e nei coglioni). In questa macrocategoria, ci sono diversi sottogruppi (rock, punk, jazz, metal etc) che vengono gestiti da specialisti di settore che spesso creano a tavolino una band (vedi i Sex Pistols. Lo so che vi aspettavate che dicessi i Tokio Hotel, ma ho detto Sex Pistol per dimostrare a voi finto alternativi che non avete capito un cazzo di musica), gli fanno fare il disco, gli scrivono il singolo da sparare e gli organizzano i grandi tour. Questo è quello che succede, molto a grandi linee, nel mainstream. E poi c’è la musica indipendente: quella che, sbattendosene il cazzo di queste logiche (fare un singolo orecchiabile, cambiare look ogni sei mesi, rivolgersi ad un pubblico di ragazzini ed intercettarne i gusti), fanno dischi per i cazzi loro, spesso autoproducendoseli e, molto più spesso, organizzandosi anche da soli le serate. Ed è questa tendenza a farsi tutto da soli, che caratterizza molte delle band che mi garbano. Perché il punk- quello vero, non i Green Day- e la musica sperimentale, nasce così. Ma qual’è la differenza tra quelli veramente indie, e i finti indie? Beh, per esempio i veri indie, quelli che non hanno managment, che si sbattono per organizzare quattro serate di fila e che non hanno il servizio catering ed il fotografo che gli scatta le foto mentre sono impegnati ad accordare la chitarra con lo sguardo assorto, su un palco con mille amplificatori, non hanno i mezzi e il tempo di perdere tempo: hanno da lavorare per mantenersi. E poi i veri indie, voi non li ascoltate: sono una nicchia così piccola che dovreste andarvi a sentire i concerti per scoprirli. Ed è quello che ho fatto io. E questa è una delle band che ho conosciuto così: passaparola e dischi masterizzati dagli artisti. E questi, cazzo, spaccano veramente il culo. Di chi sto parlando? Di loro:

Straslugs

 

 

 

 

TITOLO: The Rite And The Techinque: A Brief History Of Impressions Stolen From An Hostile Environment

BAND: Starslugs

ETICHETTA: Autopubblicazione (ripubblicato per la Nova Feedback Records)

TRACKLIST:

1) Body Hammer
2) Nuke
3) Sad Sundays
4) Sense Of Tragic
5) Betamax
6) Justice
7) Uranus
8) Willie
9) Mishima

Uscito nel 2012, disco “definitivo”- raccoglie tutti le canzoni di “Gestalt X”, “Fist” e “Subhuman Cares”: gli Ep precedenti della band- degli Straslugs, strana formazione post punk/sludge abruzzese, “The Rite And The Techinque” è un album disturbante, complesso e ipnotico: sembra di spararsi nelle orecchie un film di Shinya Tsukamoto in bad trip. Ma procediamo per gradi: gli Starslugs sono una specie di maxi band composta da Danilo Di Feliciantonio (una specie di factotum della band: suona la chitarra, scrive le linee di basso, i testi, organizza le serate, registra i dischi, fa promozione e tiene i contatti), Pierluigi Cacciatore e una Roland TR707. Avete capito bene: gli Starslugs, come soltanto band del livello dei Kraftwerk facevano, riconoscono ai propri strumenti, in questo caso ad una drum machine, il loro valore musicale. Come dire: Walter Benjamin aveva ragione!
Comunque, nel 2012, in piena sindrome paranoica da fine del mondo, la band, con questo disco, fa una specie di summa di quello che sarà, e quindi quello che è già stato (l’eterno ritorno del futuro/presente), del mondo. Si parte con Body Hammer, grande citazione di quel film di Tsukamoto che faceva del post apocalittico, del cyber punk e, soprattutto, del digitale analogico il suo cavallo di battaglia. Si passa a Nuke, lungo e complesso brano che parte con un campionamento di un porno, naturalmente distorto e rallentato. Sad Sundays, uno dei brani più “orecchiabili” del disco. Se Sad Sundays era il picco più “orecchiabile” di questo lavoro, le altre tre- “Sense of tragic”, “Betamax” e Justice”, ci riportano a quei suoni metallici, ripetitivi, assurdi che accompagnano una quotidianità assurda, di contorno. “Uranus”, la traccia successiva, è un pezzo che ha accompagnato Danilo Di Feliciantonio, già scrittore e poeta del Collettivo Combat, in uno dei suoi distopici e lunari reading. Willie ci prepara al gran finale: “Mishima”. Un pezzo storico e ipnotico sul vero profeta del futuro: “Mishima”

The Rite and The Technique è un disco grezzo, ruvido, sporco e poetico. Tutti gli amanti dei Big Black, dei Melvins e dello stoned e dello sludge non potranno che rifarsi le orecchie con questa piccola perla. Per tutti gli altri, beh, prendetevi il razzo di questo disco dritto nel culo

Voto: 8

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