Da 5 Bloods, un vero e puro “Spike Lee Joint” (a cura di Nicola Iannibelli)

Da pochi giorni è uscito su Netflix l’ultimo lavoro del sempre controverso Spike Lee: “Da 5 Bloods“. Sottotitolo: Come Fratelli. Due ore e mezza che scorrono via velocemente, senza mai annoiare.

Cercherò di parlarvene senza fare spoiler e senza esagerare, perché dovreste godervelo senza sapere quasi nulla. Partiamo dal fatto che sicuramente questo film diventa molto più personale e profondo se si è afro-americani (siccome sono un po’ indietro con gli aggiornamenti sul politically correct li chiamo così, non me ne vogliate), ma il messaggio è di un’inaudita potenza per tutti, e rende più chiaro quello che succede oggi negli U.S.A., e quello che invece purtroppo non è mai cambiato. Ma procediamo con ordine.

Vi descrivo la trama (ripeto, no spoiler!) brevemente almeno per capire il contesto (uh, parola molto discussa ultimamente) e per spiegare meglio più avanti alcune trovate tecniche e contenutistiche del caro Spike:

Quattro veterani di colore del Vietnam decidono di ritrovarsi dopo oltre 40 anni di nuovo sui luoghi in cui hanno combattuto, per due motivi: ritrovare i resti del loro comandante, Stormin’ Norman, e cercare un tesoro, sotterrato da loro stessi durante la guerra. Non aggiungo altro.

Ma i quattro protagonisti, che si considerano appunto fratelli per aver condiviso insieme morte e dolore nella giungla vietnamita, non sono soli. Anzi ci sono diversi fantasmi ad accompagnarli in questa avventura. Uno di questi è il passato, gli orrori di una guerra mai realmente sentita, che ha lasciato traumi profondi e li ha segnati per sempre. Poi c’è il Vietnam stesso, terra in cui le regole non valgono più per loro, non dopo quello che hanno visto lì, e dove ancora oggi sono visibili le conseguenze delle loro azioni. C’è il fantasma dell’avidità, che cresce di potere e crea fratture nel gruppo quando l’oro torna alla luce. E infine c’è il fantasma di Stormin’ Norman. Quest’ultimo è forse il più significativo, perché rappresenta la coscienza dei nostri protagonisti ma anche di tutto il popolo afroamericano. Lui riesce a tenerli uniti e a dare loro qualcosa in cui credere, degli ideali. E lo fa sia da vivo durante la guerra che nella loro memoria, nel presente.

I flashback sono raccontati in un modo davvero particolare: i 4 soldati li rivivono ma nelle sembianze di oggi, da anziani, con solo il comandante ancora giovane e immacolato, quasi un dio. Dato che le ambientazioni e i protagonisti sono gli stessi sia nel presente che nel passato, intervengono espedienti meta-cinematografici e tecnici per aiutarci a capire meglio in che epoca ci troviamo, infatti i flashback sono in 4:3 (il vecchio formato televisivo per intenderci) mentre il presente ritorna in 16:9.

Restando sugli aspetti tecnici e sullo stile di regia, troviamo davvero di tutto: da coraggiose e spettacolari dissolvenze a tendina, osate precedentemente forse solo in Star Wars, a improvvisi cambi di aspect ratio, cha fanno da raccordo tra le diverse epoche di ambientazione; da improvvisi monologhi diretti in prima persona a noi spettatori (molto simili a diversi suoi film precedenti, come ad esempio in Fa’ la cosa giusta, nella famosa scena sui cliché razzisti tra le diverse etnie), a intromissioni inaspettate di foto e video di repertorio riguardanti vari protagonisti della lotta alle disuguaglianze e ai soprusi subite dai neri in America, dei piccoli tributi alle loro storie insomma.

Un altro forte contributo viene dal fantasma di Marvin Gaye (che sto riascoltando volentieri proprio adesso mentre scrivo). Le sue musiche si prestano perfettamente alle immagini, sembra quasi siano state scritte con questo fine, e fanno inoltre da collante tra i protagonisti che si ritrovano spesso a cantarle insieme all’extra-diegetico. Le canzoni di Gaye aiutano a rendere più forte il gruppo ma anche il popolo afro-americano stesso, unito dallo stesso background, e che è riuscito da sempre a ribellarsi e a distinguersi anche grazie alla musica.

Qualcuno lo ha già definito un “Instant Classic”, e non posso che essere d’accordo, sono pochi i film che ti fanno capire già durante la prima visione che stai assistendo a qualcosa che merita di entrare nella Storia, e Da 5 Bloods è sicuramente tra questi.

Proprio come Blackkklansman riesce a dare una prospettiva pulita sul presente tramite eventi passati, Da 5 Bloods lo fa sia tramite il presente stesso che il passato, che sembrano ripetersi all’infinito ma forse con piccole variazioni, in cerchi concentrici come le onde lasciate da un sasso che cade in uno stagno. Emblematica da questo punto di vista la presenza di un “nero che vota Trump”, che ricorda gli “house ni**a” di una volta (come quello interpretato da Samuel L. Jackson in Django:Unchained di Tarantino), ma che nasconde una realtà molto più complessa, dettata da decenni di fallimenti e delusioni. Solo questo personaggio meriterebbe un articolo a sé, ma eviterò di parlarne perché devono essere le immagini a farlo, e se e quando vedrete questo film capirete cosa voglio dire.

 

Spero di avervi incuriosito!

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