Meditazioni nate da un ricovero (di Nicola Iannibelli)

Ho passato gli ultimi 5 giorni in un ospedale ovviamente per problemi di salute, per fortuna abbastanza leggeri anche se non trascurabili. Nonostante le distrazioni, da quelle classiche, come un buon vecchio libro, a quelle più innovative, come Netflix rigorosamente scroccato o Super Mario Kart su smartphone, la noia in un posto del genere prende facilmente il sopravvento, e spesso cede volentieri il posto allo stress, se pensi alle sigarette che hai nel cassetto e che non puoi toccare. E così ho passato il tempo facendo una cosa semplice, banale ma che tendiamo a dimenticare ultimamente: osservare, guardarsi intorno, ascoltare.

Nella mia stanza eravamo in 4: oltre a me un ingegnere in pensione, un’ escavatorista cinquantenne preoccupato per il suo futuro lavorativo dopo l’operazione subita e un vecchietto chiamato “u zij” (lo zio) da tutti. Mi è sempre piaciuta questa usanza delle nostre zone, ma forse un po’ di tutto il mondo, di chiamare zio una persona anziana sconosciuta… forse nasce dal fatto che essendo più grande di noi può darci qualche insegnamento come un vero zio di sangue, forse è (scusate il gioco di parole) una forma di rispetto privo di formalità…vabbè.

L’ ex-ingegnere era simpatico, anche se solamente di facciata, sotto nascondeva un’essenza estremamente noiosa e vuota, da “impiegatuccio” che ha sprecato la sua vita sulle scartoffie e che ne va fiero; un po’ lo odiavo anche per la sua famiglia così perfetta nella sua mediocrità, esattamente come lui, una famiglia di contabili. Per rompere il ghiaccio cercava di capire subito la provenienza dei nuovi pazienti, e, appena appurata, chiedeva: << Ah è di …, conosce il dottor … ? E l’ingegner … ? Che dice? Ah, è morto?>>. Non so se questo basta a rendervi l’idea del tipo.

L’escavatorista era quello più simpatico, forse perché non ci siamo mai parlati e non parlava quasi mai in generale, come me.

U zij l’abbiamo odiato tutti invece, perché poverino si lamentava notte e giorno per i dolori vari, e non ci lasciava dormire. Alle visite veniva a trovarlo solo un nipote, non aveva famiglia. Povero cristo in una delle sue sfuriate di dolore ci ha detto piangendo che ha sbagliato tutto nella sua vita, che avrebbe dovuto farsi una famiglia, almeno per avere qualcuno a fargli compagnia in momenti così tristi. Già questo dà tanto a cui pensare, ma alla fine credo che non tutti sono fatti per avere famiglia (soprattutto se la vuoi solo per sentirti meno solo, perdonate il cinismo), e che la solitudine può essere la peggiore disgrazia o la più grande benedizione, dipende dalla persona e dal momento. Probabilmente nessuno vuole morire solo, ma alla fine puoi avere attorno chi vuoi che sei tu a morire, loro continuano. Vabbè sorvoliamo.

Nel dolore u zij esclamava in continuazione “pover a mè! C’ho fatto di male? Perchè a me?”,  e anche queste semplici frasi che diciamo praticamente tutti in diverse situazioni in quelle circostanze mi hanno suscitato qualche riflessione…Perchè fare una vita perfetta come l’ingegnere se poi stai nella stessa stanza con me? A che serve fare lavori pesanti per una vita se poi rischio di non potermi manco godere la pensione perchè il cuore non mi ha retto? Insomma dov’è la giustizia divina (o, se preferite, il karma) in questi casi?

E a proposito di religione, un’altra particolarità del vecchietto era il passare dalla più fervida fede alla pura eresia nell’arco di pochi secondi e viceversa. dal “U Maronna mia, aiutami tu” al “mannaggia a Ge…”, vabbè ci siamo capiti. Anche se soffriva in quei momenti non potevo fare a meno di divertirmi, lo ammetto. Ma d’altronde è uno dei princìpi base della comicità, l’accostamento di opposti.

E, pensandoci, questi accostamenti sono piuttosto frequenti negli ospedali. Basti pensare ancora una volta alla religione e al suo annoso rapporto con la scienza. Tesi e antitesi che solo nella sanità riescono a trovare la loro sintesi, soprattutto per gli italiani: vado a farmi curare dalla chimica e dalla biologia ma ringrazio il Padreeterno o uno dei suoi dipendenti. In ogni reparto non può mancare la mascotte: Santa Lucia in oculistica, San Francesco in cardiologia, la Madonna in sala parto, e così via. Il primo giorno di ricovero vedo entrare una signora che ci chiede se vogliamo ricevere l’Eucarestia, mi ha colpito. Assumere una pietanza tonda e bianca senza masticarla con la speranza che mi salvi? Assurdo, non mi fido. Aspetto che passi l’infermiere dopo cena, che mi somministra una bella pillola, tonda e bianca, che non si mastica, e che mi farà stare meglio… Mmh, ho appena avuto un dejà vu.

Volevo sorvolare il paragone a la Foucault su ospedali e prigioni, però non resisto. Come in carcere, almeno nel proprio reparto, si è uniti dal semplice fatto che si è lì, che si ha un qualche dolore o problema. Anche qui si creano i sotto-insiemi in base al comune di provenienza, all’età o a ciò che si fa fuori da quelle mura. Anche qui gli anziani comandano, loro ci sono già stati, sanno come funzionano certe cose, conoscono gli orari dei controlli (della pressione). Anche qui le luci si spengono alle 9 e si accendono alle 6, e giuro di aver sentito un’armonica a bocca in lontananza suonare al tramonto. Anche qui il cibo fa schifo e sembra sempre lo stesso tutti i giorni.

Ieri, poco prima che uscissi, sento un’infermiera dire a voce alta al collega: <<Madò ho fatto due turni di fila, è da ieri che sono qua dentro, ho bisogno di aria che mi sembra di stare in carcere>>. E u’Zij seduto lì affianco sconsolato, dentro ormai da 20 giorni, con diverse dialisi alle spalle, che pensava al suo vigneto e al suo orto.

L’ultima riflessione alquanto banale sull’ospedale che voglio fare è proprio sulla sua atmosfera, triste e carceraria. Non credete che in questo modo sia più difficile ritrovare la salute? Non sarebbe meglio un posto pieno di verde, luci calde e non neon freddi, camicie colorate piuttosto che camici a tinta unita, cibo fresco e biologico piuttosto che preconfezionato e prodotto in serie?

Sì, lo so, ma lasciatemi sognare.

 

PS: Volevo spendere altre due parole un tantino retoriche per i medici e gli infermieri: cercate di amare sempre il vostro lavoro e trattate sempre i pazienti come persone, non lasciatevi sopraffare dalla burocrazia e dall’automazione che il lavoro comporta. Ho visto medici passarci davanti guardando solo le nostre carte e senza guardarci in faccia, ma ho visto anche medici e infermieri teneri e simpatici e disponibili per ogni problema. Lo stesso vale per i pazienti, non fate gli str!

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