“Questo matrimonio s’ha da fare! Cascasse il mondo s’ha da fare!” “Il terremoto particolare di Antonio M.”: una recensione (di Alessandro Di Giuseppe)

Spesso, nei corsi di scrittura creativa e in quelli di sceneggiatura (vi fermo subito: ho dovuto seguire un corso di sceneggiatura, ma soltanto perché era nel mio piano di studi. E, visto che sono un vigliacco, tra stare contro il sistema e laurearmi, ho scelto la seconda opzione), uno dei consigli che si da ai giovani e aspiranti scrittori/sceneggiatori, è quello di creare una storia che si mischi con la Storia. Il consiglio, che è ottimo, in realtà, troppo spesso, crea uno sbotto di problemi. Perché? Perché si rischia di creare una cronaca e non una storia di fantasia; perché si rischia di dare troppi elementi “collaterali” e pochi elementi di fiction; perché si rischia di veicolare troppe informazioni. Insomma, lo abbiamo capito: saper scrive una bella storia nella Storia, a meno che non ci chiamiamo Fedor o Giovanni o James o Gabriele (chi vuol capire, capisca), è sempre una cosa spinosa, un percorso pieno di trabocchetti. E allora come ovviare? Come scrivere un buon, passatemi il termine, romanzo storico? La formula varia e cambia sempre: c’è chi ambienta tutto nel periodo in cui vive, chi si studia anni ed anni di libri, chi ci prova ma non ci riesce. Insomma, lo abbiamo capito: il mestiere dello scrittore, oltre che di sbronze, donne, agenti letterari infami, presentazioni e ricatti per i diritti d’autore che non entrano, può essere duro e complesso.
Ma, a questo punto, vi starete chiedendo: “ma perché ci stai dicendo tutte queste cose?” La risposta è semplice: perché di libri ben scritti, se ne leggono pochi (il self publishing ne è complice) e di questi pochi, soltanto una piccola percentuale riesce dove molti cadono. Ed è per questo motivo che non cerco più capolavori, non li pretendo. Quello che pretendo, sono bei libri, ben scritti e, se possibile, che mi facciano imparare qualcosa. Spesso, sulle pagine di questo blog, ho detto di essermi reso conto di quanto sia limitata la mia testa bacata. Bene, questo è uno di quei casi- capisco che ne sono molti, ma non si smette mai di imparare- in cui posso dire che la mia testa pregiudiziosa e idiota, aveva sbagliato. Perché? Perché questo libro è bello! Vuoi sapere perché? Beh, fai un respiro profondo, allacciati la cintura, mettiti una polo rossa sgargiante, infilatela nei pantaloni, mettiti un paio di imbarazzanti occhiali da sole e preparati: si torna negli anni ’80!

Libro

TRAMA:

Silvia Vibonati, figlia di Lorenzo Vibonati- il fondatore della Moriz: azienda leader nel settore delle scarpe in cuoio-, sta per sposarsi con il suo fidanzato, Maurizio Morrone. La famiglia di lui, il cui patriarca è Antonio, è una famiglia di sottoproletari: entrambi i genitori lavorano alle poste e il fratello di Maurizio è una specie di perdigiorno. Le nozze del figlio, quindi, rappresentano, per il padre, la vera svolta nella vita del figlio e della famiglia: Maurizio, sposando la figlia del boss, farà sicuramente il salto di qualità. Vibonati, però, da vecchio uomo d’affari, prepara un contratto prematrimoniale e si reca a Potenza, la città natale della famiglia Morrone, per discuterne i punti insieme ad Antonio e firmarlo. La discussione tra i due patriarchi, chiusi nella cucina di Antonio, si fa sempre più animata fino a quando, all’apice, un tremendo terremoto si abbatte su Potenza: è il 23 Novembre 1980. Tutti sono costretti a scappare. Dopo le prime scosse, Antonio e il figlio tornano in casa, in cucina. Vibonati è morto per colpa di una pesante cristalliera che gli è caduta addosso. Prima di morire, è riuscito a firmare il contratto. Il matrimonio tra i figli si farà. Sembra tutto risolto. Ma allora perché il commissario Lupanari sta indagando? Come mai tutte quelle domande? E perché, ad un tratto, Silvia sta avendo dei ripensamenti sul matrimonio?

Secondo libro, il primo è stato “L’indagato allo specchio” uscito nel 2012, dell’autore potentino Giovanni A. Monte, “Il terremoto particolare di Antonio M.” è un romanzo che mi ha spiazzato: riesce ad innestare, nel tessuto di una narrazione alla Verga, elementi tipici del giallo, del dramma e della commedia cinica e grottesca alla Strindberg. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, senza cadute di tono e che trasuda, nello stile e nella lingua, almeno cinquant’anni di buona e sana letteratura sia italiana che straniera. Un libro maturo e avvincente che ci immerge, già dalle primissime pagine, in un’ambientazione provinciale arcaica, cattiva e quasi fuori dal tempo all’interno della quale, senza falsi pudori, l’autore riesce ad intessere una critica aspra e tagliente contro l’istituzione del matrimonio e la famiglia tradizionale. Sembra infatti, leggendo le amare e ciniche riflessioni di Antonio Morrone,che il marriage market, lontano dalle pagine divertenti e divertite scritte da Jane Austen, sia l’unico modo, l’unico mezzo, l’unica via di rivalsa nei confronti di un destino già marcato, già segnato. Non è un caso che il rimando primo, sia verso “I Malavoglia” di Verga. Giovanni A. Monte, usando l’espediente del terremoto, sembra farci capire che i vinti, resteranno tali e che i padroni, chi comanda, anche da morti resteranno ad avvelenarci l’anima, ad angustiarci la vita. L’espediente del terremoto, oltre che a far deflagrare gli animi e scuotere la narrazione, è anche un pretesto per intessere una critica sociale reale verso gli scarsi aiuti che lo Stato, dall’alto dei suoi scranni, difficilmente offre e, quando lo offre, lo fa nel modo più inefficace. Sono abruzzese e, leggendo le pagine relative al terremoto, non ho potuto non pensare a quello che è successo a L’Aquila. Che, tra parentesi, è ancora un cantiere aperto e fermo.
Unica pecca del libro? Non ce n’è un altro: vogliamo leggere altre avventure del commissario Lupanari

Libro consigliatissimo per gli amanti del giallo che strizzano l’occhio a Camilleri e per i neofiti del genere

Voto: 7

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