Quindici gocce di “Serenor” sotto la lingua e passa tutto. “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”: l’amore ai tempi degli ansiolitici (una recensione di Alessandro Di Giuseppe)

La tendenza generale della critica cinematografica- quella vera, con la puzza sotto il naso, gli occhiali a cerchietto, i risvoltini, i mocassini e la erre moscia- è quella di interpretare in senso psicanalitico ogni scena, scelta di regia, movimento di macchina, caratterizzazione di personaggio e oggetto che abbellisce il set. Io non sono propriamente contro questo giochino anche perché, dobbiamo essere onesti, spesso si fonda su basi solide (sarebbe impossibile analizzare un film di Dadid Lynch o Richard Linklater o Andrej Tarkovskij senza sapere nulla delle teorie del sogno, del rimosso e senza avere i rudimenti teorici della psicologia), altre volte, a mio modestissimo avviso, è campato in aria. Un esempio lampante ce lo offre un divertente episodio accaduto a Mario Bava (non sai chi sia? Corri a guardare “La maschera del demonio”, “I tre volti della paura”, “Operazione paura”, “Diabolik”, “Cinque bambole per la luna d’agosto” e “Cani arrabbiati”): la leggenda, infatti, narra che alcuni critici dei “Cahiers Du Cinema”, venuti a Roma per assistere a qualche strana proiezione d’elite, andarono a cercare il regista e gli chiesero il significato psicologico/filosofico dell’inquadratura di una targa e del rapporto tra i numeri di quella targa ed un’altra inquadratura di un altro suo film perché, secondo loro, aveva un significato rilevante. Cosa rispose Bava? Inventò! Non ricordava quelle inquadrature che erano, evidentemente, soltanto funzionali alla scena. Ma questo non è il caso più eclatante. A costo di diventare odioso e di accaparrarmi le inimicizie di qualcuno, dirò anche che trovo patetica quella teoria (non ha caso femminista, ma tu guarda un po’) che considera il piacere della visione cinematografica “una questione da uomini” che bisogna abbattere. Il problema sorge quando, se sei una persona normale e a prescindere dal tuo gender, rimani incantato a guardare i film di Hitchcock. E allora come giustifichi il fatto che, nonostante tu sia femminista e dovresti odiare la visione, rimani avvinta dalle immagini? Ma niente di più facile: ci sono momenti in cui regredisci alla fase preedipica, quando non avevi ancora capito che il ragazzo piscia con il pisello e tu non ce l’hai, e allora ti godi il film. Ecco, dopo aver sentito questa CAZZATA MACHIAVELLICA (quanti “Mi piace” ha perso questa pagina, per colpa delle ultime due righe? Quello di Claudia sicuramente), io non ho potuto più prendere seriamente la critica cinematografica. Lo so, probabilmente è un mio limite, ma sentir parlare di complessi di Edipo (per quanto riguarda l’analisi psicologica e contenutistica) e veder sputare tecnicismi (per quanto riguarda l’analisi strutturalista. Bella anche questa: non puoi analizzare completamente un film perché, visto che devi analizzarlo fotogramma per fotogramma, ci metteresti una vita. Bah!) mi infastidisce e non poco. Vabbè, chiusa questa parentesi/sfogo sulla critica, non possiamo non ammettere che, vedere il set psicanalitico (lo studio dell’analista, pe capisse) in un film ci intriga, ci attira e ci avvince. Non so da cosa derivi la cosa, probabilmente perché, guardando il processo terapeutico sullo schermo, ce ne sentiamo parte e riviviamo i nostri traumi e forse traiamo da questo insegnamento. Non vorrei sembrare uno di quei critici che io odio, critico e denigro, ma è una cosa abbastanza semplice da capire: basta guardare “Un’altra donna” di Woody Allen per entrare nell’ottica. Ok, concludiamo questo cappello dicendo che, in Italia, abbiamo il pregio di avere un sacco di registi- da Nanni Moretti in poi- che ci hanno fatto partecipi delle loro ansie e delle loro, naturalmente parodiate, sedute di psicanalisi (ricordate “La stanza del figlio”? L’analista che va da un analista. Cosa bellissima. Molto simile a vedere un prete che si confessa da un altro prete e, data l’assoluzione, i ruoli si invertono). Ecco, adesso preparatevi a sdraiarvi sul lettino dello studio, a rilassarvi, prendete un grande respiro  e preparatevi ad ascoltare, per un’ora e quaranta, le canzoni di Jimi Hendrix!

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TITOLO: Maledetto il giorno che t’ho incontrato

ANNO: 1992

REGIA: Carlo Verdone

SCENEGGIATURA: Carlo Verdone, Francesca Marciano

CAST: Carlo Verdone, Margherita Buy, Elisabetta Pozzi, Giancarlo Dettori, Stefania Casini, Renato Pareti, Dario Casalini, Alexis Meneloff, Valeria Sabel, Richard Benson

TRAMA:

Bernardo Arbusti (Carlo Verdone), musicologo romano trasferitosi a Milano cinque anni prima della vicenda raccontata nel film, vive una vita tranquilla:è fidanzato e convive con Adriana (Elisabetta Pozzi), una giornalista, ed ha intenzione di sposarla; ha scritto numerose biografie di cantanti rock ed è alle prese con la biografia del suo idolo musicale: Jimi Hendrix. Non c’è nulla che potrebbe andare meglio. E infatti, non andrà meglio. Dopo un’ospitata televisiva a “Juke Box all’Idrogeno”, trasmissione condotta da Richard Benson, torna a casa e ascolta un nastro di Adriana. Le notizie non sono buone: si è innamorata di un reporter francese. Tutte le ansie, i disturbi ossessivi, la depressione, tornano ad impossessarsi di lui. Su consiglio della ragazza del suo editore, decide di andare da un analista, il Professor Altieri (Alexis Meneloff). Le cose sembrano migliorare ma un giorno, fuori dalla porta dello studio, Bernardo viene fermato da Camilla (Margherita Buy), attrice nevrotica ed innamorata dello psicnalista, che gli chiede di far scivolare una lettera sulla scrivania dell’analista. Si tratta di una lettera d’amore. Bernardo lo fa. Le cose sembrano tornate alla normalità ma dopo la seduta Camilla lo aspetta, gli racconta la sua vita e diventano amici. Ma cosa succede quando Bernardo deve partire per Londra, a caccia di uno scoop per il libro e Camilla riceve, finalmente, la chiamata di Altieri che la invita ad una cena romantica? E se Adriana tornasse da un momento all’altro?

Commedia divertente e ben scritta, “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”, undicesimo film del regista romano, ci offre uno spaccato interessante, godibile e, a tratti, forse anche troppo crudele della generazione degli anni ’70. I quarantenni di quegli anni, degli anni ’90, infatti, colmi delle ideologie e della musica dei decenni precedenti e vissuti nei favolosi anni ’80, vengono mostrati come dei nevrotici, precari che cercano disperatamente di attaccarsi all’arte per vivere la vita. Non è un caso che, proprio all’inizio del film, negli ultimi minuti del dormiveglia, il nostro protagonista sogna, ascolta le voci dei genitori che lo rimproverano stando seduti vicino al suo letto. Il riscatto, nel mondo dell’arte, per questi personaggi è minimo: piccole pubblicità, per quanto riguarda il personaggio interpretato da Margherita Buy, e biografie di cantanti famosi, per quanto riguarda il personaggio di Carlo Verdone. Ed è in questo personaggio, quello del protagonista, che si potrebbe rintracciare, in germe, la traccia del personaggio che lo stesso Verdone interpreterà, ventitré anni dopo, in quel brutto film di Sorrentino. Avete capito, quello che ha anche vinto l’oscar. Uno spaccato della società, quella milanese-ovviamente presa a pretesto per descrivere l’Italia o il mondo- fatta di perdenti e uomini che giocano a fare i vincenti. In questo senso, in una società/giungla fatta di squali e dove la sensibilità è una debolezza, è interessante il rapporto del protagonista con la psicanalisi: si copre il viso quando lo incontrano sulle scale, vuole che l’analista non scriva il suo nome sulla cartellina e nega di andarci. Interessante ed amara riflessione sul mondo fatto di piccole storie personali e di antidepressivi. Sì, antidepressivi. Il film ne è pieno. Sembra quasi che, in una città/mondo alienata e distante, l’unico modo per essere tranquilli, per sfogarsi, sia quello di prendere antidepressivi. Ed è per questo che la storia tra i due personaggi prende senso: sono due pazzi schizzati, ma forse i più normali e puri e veri di quel mondo finto. Ai più navigati nella commedia, questa pellicola non potrà non ricordare “Harry ti presento Sally”. Per chi si aspetta un film in cui la musica la fa da padrone, sbaglia clamorosamente: il film è pieno di musica ma, come per i migliori film, passa in secondo piano. Passa in secondo piano anche la biografia con lo scoop (Hendrix è stato ucciso) che c’è dietro.

Voto: 8

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Storiella: l’assolo di Richard Benson, alla fine della trasmissione “Juke Box all’Idrogeno” è stato tagliato

Storiella 2: la figlia di Carlo Verdone, saputo dal padre che Jimi Hendrix e la nonna erano finiti tutti e due in Paradiso, tutte le sere faceva una lunga preghiera per sua nonna ed una lunghissima preghiera per Jimi Hendrix

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