“Ti ho mai raccontato di quella volta che sono morto?” Luigi Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”: la modernità del passato (di Alessandro Di Giuseppe)

Il mondo delle Liberal Arts (scrittura, pittura, cinema. Praticamente l’offerta formativa del DAMS), è spesso pieno di strane coincidenze e piccoli grandi rimandi. Qualche esempio? La zia di Charles Baxter-un grande scrittore di cui parleremo presto- al college ballò con Scott Fitzgerlard (sì, quello de “Il Grande Gatsby”). Di esempi se ne potrebbero fare molti, forse troppi- tipo che l’operatore alla macchina di Luis Bunuel era il cugino di Dziga Vertov-, ma quello di cui parliamo iniziando questo articolo, oltre che ad essere tutto italiano, è molto particolare. Perché? Perché in questo aneddoto sono coinvolti un ragazzino che poi diventerà un gigante, un pomeriggio sonnacchioso in sicilia ed un premio nobel per la letteratura.
Procediamo con ordine:
Era un assolato pomeriggio siciliano del 1935, poco dopo pranzo, ed un bambino, come tutti i bambini del mondo, stava giocando mentre i genitori si riposavano, si facevano la cosiddetta “pennichella” post pranzo. Mentre questo bambino giocava sulle scale fuori da casa sua, uno strano signore, vestito da Ufficiale, da Carabiniere (o, per lo meno, questo era quello che il bambino pensava che fosse) si avvicina, gli chiede chi sia e gli dice che avrebbe piacere di parlare con sua madre, sua vecchia parente. Il bambino, indispettito, gli chiede il nome, entra in casa, va bella camera da letto dei suoi e sveglia la madre dicendogli che un Carabiniere suo parente vuole parlare con lei.
“Come si chiama questo carabiniere?” chiede la madre ancora mezza addormentata
“Mi ha detto che si chiama Luigino Pirandello” risponde il ragazzino.
Ebbene sì, a casa di quel ragazzino, che si chiamava e si chiama tutt’ora Andrea Camilleri (esatto: l’uomo che ha creato il Commissario Montalbano), era arrivato, fresco di premio Nobel per la letteratura, Luigi Pirandello!
La famiglia Camilleri e la famiglia Pirandello, ironia della sorte, erano imparentate da un matrimonio di convenienza- quelli che, all’epoca, si chiamavano “i matrimoni dello Zolfo”- che qualche nipote dei Camilleri aveva contratto con qualche cugina di Pirandello.
Adesso, tutti conosciamo Pirandello: era un uomo estremamente fragile, intelligente, con una moglie dai gravi problemi psichici, che ha rivoluzionato il teatro ed ha modernizzato la letteratura. Per l’Italia, Pirandello è stato uno dei più grandi innovatori dal tempo di Tommaso Marinetti. E noi del SynapisiBlog, purtroppo, l’abbiamo scoperto tardi. Molto tardi. E non ce ne pentiamo. Ci sarebbe piaciuto essere un po’ Andrea Camilleri nel 1934, ma ci sarebbe piaciuto di più essere grandi nel 1904, quando Camilleri non era ancora nato e Pirandello scrisse un libro importantissimo. Do cosa sto parlando? Di questo:

Il fu Mattia Pascal

 

TITOLO: IL FU MATTIA PASCAL

AUTORE: LUIGI PIRANDELLO

CASA EDITRICE PRIMA USCITA: NUOVA ANTOLOGIA (COME ROMANZO A PUNTATE)

PAGINE: 248

 

 

TRAMA:

Mattia Pascal, figlio di un ricca famiglia, è un perdigiorno: nella vita non ha un interesse chiaro e passa le giornate a vivacchiare, a bighellonare, a perdere tempo. Alla morte del padre, però, per colpa di una gestione sbagliata dei terreni da parte di uno degli addetti, Mattia è costretto a trovarsi un lavoro. Non avendo nessun interesse e nessuna propensione particolare, si accontenta di fare il bibliotecario in una piccola, polverosa e poco frequentata biblioteca. Le cose iniziano a girare bene tanto che si sposa e riesce ad avere due figlie. Le cose sembrano aver preso la giusta piega, ma le due figlie, malate, muoiono subito dopo il parto. Sua madre, che aveva dato alla luce lui e Berto, suo fratello, muore poco dopo. Mattia è preso dal dolore e decide di scappare dalla sua città provinciale per un po’. Tenta la fortuna al casinò e riesce a vincere. Decide quindi di tornare a casa e vendicarsi, dimostrare a sua moglie e sua suocera di che pasta è fatto. Ma proprio mentre decide di ripartire scopre, da un giornale, che, almeno nella sua città, lui è morto: si è suicidato ed hanno riconosciuto e seppellito il suo cadavere. Cosa fare adesso? Recuperare il tempo perduto, per prima cosa. E come farlo? Ma naturalmente diventato Adriano Meis. Ma se Adriano Meis, dopo un lungo giro intorno al mondo, finisse a Roma? E se, a Roma, prendesse in affitto una stanza di una casa e si innamorasse della figlia del padrone? E se questi fosse un esperto in seduto spiritiche? Cosa succederebbe?

 

Elegante, innovativo, esoterico e moderno, “Il fu Mattia Pascal” è un romanzo che si legge tutto d’un fiato. Le situazioni, i pensieri, le descrizioni sono misurate e calibrate in modo perfetto e perfettamente coerente con il nostro (sarebbe meglio dire “i nostri”) personaggio.

Anticipatore, per tematiche e stile, di quello che poi sarà, 24 anni dopo, il suo più grande successo (“Uno, nessuno e centomila”), il romanzo si fonda su una domanda base che l’autore pone al lettore: “e se domani potessi ricominciare da capo e cambiare la tua vita, cosa faresti?”. Ed è interessante che la domanda venga proprio da lui, da Luigi Pirandello, da un autore che, nella vita ha dovuto subire ed ha superato le prove più dure- la malattia mentale, logorante della moglie, la crisi economica, il distacco dalla letteratura, il mondo del lavoro vissuto come totalizzante, spersonalizzante e faticoso- e ne è uscito sempre vincitore, sempre sulle sue gambe. E non lo fa con i metodi vili, commerciali della Hollywood di “Into the wild” (film basso e stupido), ma con lo stile dell’innovatore.

Lo stile dell’innovatore, sì, perché in realtà, per i più voraci lettori, l’argomento è anche un po’ “vecchio”: pensiamo al racconto “un’inumazione prematura” di Edgar Allan Poe. Ma il contenuto e la forma, l’idea geniale e l’amore per la scrittura, ce l’hanno dimostrato in molti, vale di più e riesce ad elevare il genere.

Se pensiamo che il tutto è ambientato in un paesino provinciale, se pensiamo che il nostro protagonista, a differenza dei grandi eroi intellettuali dei romanzi di Jules Verne, è un uomo comune, uno come tanti di noi, uno che non legge e che, a stento, riesce a far di conto, che non è un letterato, che non è nulla di tutto ciò, riusciamo a capire il vero valore dell’opera: “Il fu Mattia Pascal”, nonostante sia una delle punte più alte dell’innovazione letteraria italiana, non ha pretese di intellettualismo, non si rivolge ad un pubblico di elitario, con la puzza sotto il naso. No, “Il fu Mattia Pascal” parla il linguaggio del grande teatro popolare che l’autore, che Pirandello ha innovato, ed affonda le radici nel popolo comune. Uomini di tutti giorni ed innovazione. Se questo non è socialismo al suo più alto livello, ditemi cos’è.

VOTO: 10

 

 

Precedente I sei programmi di La7d che tutti, almeno una volta, abbiamo guardato (di Alessandro Di Giuseppe) Successivo Pornopolis #12 PORN 3.0 (un articolo di Stefano Di Giuseppe)