Situazionismo o idiozia? Il carrozzone di Andrea Diprè pt. 2, il caso umano: Giuseppe Simone (di Alessandro Di Giuseppe)

Bentornati all’appuntamento con il trash settimanale di SynapsisBlog. In questa serie di articoli abbiamo deciso di affrontare, nella maniera più “scientifica” possibile, il fenomeno Andrea Diprè. In realtà, l’ho capito un secondo dopo aver messo online questa rubrica, il fenomeno è grande e complesso e degno di essere analizzato da molti punti di vista. Se per mie mancanza “tecniche” (non sono un sociologo, non sono uno psicologo né uno psichiatra e non mi occupo così tanto di “media” ed “immagine percepita di noi”) gli articoli non saranno così centrati, spero di darvi almeno un imput, un punto di vista differente, forse più maturo, per vedere la cosa. Nell’articolo precedente abbiamo parlato un po’ di Andrea Diprè: ne abbiamo tracciato la “storia professionale” minima, abbiamo parlato delle sue stravaganze, del suo “lavoro” di critico d’arte, del fatto che ha rivolto la sua attività alla tv privata e che pesca, in quel mare di acqua torbida che è la rete, nuovi “talenti” da presentare al pubblico. Uno di questi “artisti”, uno dei più famosi, se vogliamo, è sicuramente stato Giuseppe Simone. Prima di iniziare a parlarne, un ultimo, piccolissimo preambolo: sui suoi canali youtube, Andrea Diprè presenta diverse rubriche. Le più famose sono sicuramente “Diprè per lei”, rubrica in cui intervista “Opera D’Arte Mobili” (pornostar), e “Diprè per il sociale”. Quest’ultima rubrica è diventata famosissima perché, con la scusa di fare “tv veritè” (che Zavattini e il neorealismo lo perdoni), presenta i casi umani dalla rete. Uno dei più famosi intervistati è Giuseppe Simone. Ma andiamo con ordine: chi è Giuseppe Simone?

Era il 2008, da quattro anni Facebook era diventato un Social Network e Youtube permetteva di guardare, in modo gratuito, dei video sulla rete, e Giuseppe Simone, incuriosito dai nuovi social network, si iscrive. Due anni dopo decide di pubblicare il suo primissimo video: un video curriculim in cui si presenta, elenca le sue esperienze lavorative, lascia i suoi contatti e chiede lavoro. Da quel momento, la sua vita cambia: forse per ingenuità (o forse calcolandone la risonanza), inizia a caricare una serie di controversi video in cui attacca, con studiata e cinica freddezze, il mondo femminile, ne distrugge le idiosincrasie, ne sottolinea i difetti. I video finiscono subito al centro dell’attenzione di tutti. E molti se la prendono. Arrivano i video di risposta e le bacheche di youtube diventano dei veri e propri campi di battaglia per il dissing. Arrivano le minacce e gli strani video di risposta. Tuttavia, arriva anche la polizia e i procedimenti penali. Ed è una cosa strana: sui commenti si può scrivere di tutto, ben nascosti sotto uno pseudonimo, ma se qualcuno risponde in video, è la fine. A Giuseppe Simone requisiscono i computer che usava per fare video e partono dei processi. Nel frattempo, i suoi video vengono ripubblicati. Dopo un periodo di pausa, l’attività di “youtuber” continua. Giuseppe Simone è molto attivo nella comunità di youtube: commenta, fa video e risponde. Purtroppo i suoi sogni di avere successo, anche monetario (era il periodo in cui iniziavano le partnership, si iniziava a capire che i video che facevi a casa, nella tua cameretta, con una webcam ed un muro bianco di sfondo, potevano portarti soldi), svaniscono. Il che è strano: la rete è invasa di suoi video, sono praticamente i più visti, i più ripubblicati, i più commentati e i soldi non arrivano. Esasperato, Giuseppe Simone si sfoga, attacca i suoi fan chiedendo una cosa sola: soldi per il suo lavoro. Nessuno lo ascolta. Poi l’incontro con Diprè che lo sfrutta, sfrutta il suo odio misogino e la sua voglia di fare sesso, per una serie di video. Qualche anno dopo, la rottura con Diprè è segnata da video accuse in cui Giuseppe attacca e smaschera i meccanismi utilizzati da Diprè per sfruttare i suoi “assistiti” e litigate in diretta. Tra alti e bassi, arriva anche il suo “successo” come fenomeno trash: ospitate in discoteca, ragazze, baci e momenti intimi filmati e buttati in pasto a tutti. Ma la fama, soprattutto nel mondo del trash, dura poco. Dopo una serie di strani film pseudo pornografici e di cattivo gusto, un servizio alle Iene ancora peggiore perché falso e buonista, qualcuno lo dava come concorrente del Grande Fratello, altri in galere. Un mese fa, esce un video su un canale youtube. Giuseppe Simone, in ventuno minuti di video, da l’addio a youtube e ai social network.

Dopo aver ripercorso la sua storia e guardato qualcuno dei suoi video, la domanda sorge spontanea: perché siamo affascinati tanto a Giuseppe Simone? Perché è un personaggio atipico, non giovane, non bello, non magro, con problemi di tutti giorni? Forse. Oppure perché, in realtà, con Giuseppe Simone abbiamo reso reale quello che, nel 1998, ipotizzare Peter Weir in quel capolavoro che è “The Truman Show”: il voyerismo puro per la vita di qualcuno. E se il motto di youtube e “Broadcast yourself”(“mettiti in onda da solo”), Giuseppe Simone ha aderito in pieno: ha filmato ore e ore della sua vita e ce le ha date in pasto. Ma allora perché tante critiche, perché tante riserve? Perché Giuseppe Simone rappresenta noi, la nostra fame di successo, i nostri fallimenti e le nostre paure. In qualche modo, nel modo della Società Dello Spettacolo e dell’Immagine, Giuseppe Simone è quello che non vorremmo mai vedere: qualcuno che ci prova ma spesso fallisce. E non è bellissimo, non parla di film, non gioca ai videogame e, per lo meno all’inizio, considera youtube una piattaforma seria, dove poter trovare lavoro e una donna. E se è vero quello che diceva Ghezzi in un’intervista, che sulla rete è bandita qualsiasi forma d’arte, Giuseppe Simone segue la massima di Nietzsche che sostiene di farsi Opera D’arte, di rendere la propria vita un’opera d’arte. Ma il ruolo non è quello di Giovanni Battista nella Salomè non di Pinocchio, è il nostro ruolo reale. Forse è questo, stringendo, che ci spinge ad odiarlo: Giuseppe Simone ci permette di uscire da noi stessi per trovare… noi stessi in un altro. E la cosa ci turba. Lontano dall’Azionismo Austriaco e dall’automutilazione di se stessi come modo per esprimere il disagio della società, il suo ruolo è quello di essere il pagliaccio del villaggio che subisce, subisce e poi scarica. Ma nell’ultimo geniale video ci spiega, con una bella metafora del caffè, come, molto probabilmente, tutto quello che ci ha fatto vedere non sia altro che uno scherzo, una beffa. Allora cosa è vero, cosa è falso? Non ci è dato saperlo. Forse, nel suo ruolo anche cristologico (prendere su di se le brutture e lo schifo e i pregiudizi dell’italiano medio), ci fa capire cosa siamo e quanto schifo facciamo. Ma il personaggio diventa più grande della persona. Si abbandona il personaggio e si diventa nulla. In questo senso, nell’ottica debordiana, nell’ottica della presa totale di parola, forse lui sì, forse lui solo è un’opera d’arte: un monolito, che diventa un altare pagano, a cui offrire, su cui uccidere la propria immagine in favore della Società Dello Spettacolo.

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