Tutta colpa dei banner (un racconto di Alessandro Di Giuseppe)

“Ci sei?”
“Ancora no”
“Dai, sbrigati che brucia!”
“Dai, aiutami”
“Come dovrei aiutarti?”
“Cerca di rilassarti. Potresti ridere, farmi capire che ti piace e che ti stai divertendo”
“Stai per sfondarmi il culo, cosa dovrei trovarci di divertente?”

(…)

Si vedevano da due mesi. Non avevano ancora scopato. La loro “storia”, se così si poteva chiamare, era iniziata nel modo più naturale possibile: lui l’aveva aggiunta su Facebook, aveva messo “Mi piace” a quasi tutte le sue foto (soprattutto a quelle contenute nell’album “Un’estate con voi”), avevano iniziato a parlare in chat, si erano visti di persona, si erano scambiati i numeri di telefono e adesso si sentivano, praticamente ogni due ore, tutti i giorni. Lei gli scriveva lunghi papiri che parlavano di quello che aveva fatto a scuola, gli mandava interminabili messaggi vocali, gli spediva foto, screenshot di conversazioni, link, canzoni ed una serie infinita di faccine, orsetti, panda e cuoricini. Lui leggeva, sorrideva e rispondeva a monosillabi. Avrebbe potuto impegnarsi di più, ma lui era fatto così. Quel pomeriggio lei sarebbe andata al corso di recupero di matematica. Durava tre ore, il corso di recupero di matematica: dalle due  alle cinque. In quelle tre ore, che per lei sarebbero state piene di numeri, parentesi, frazioni, equazioni, multipli e radici quadrate, lui avrebbe cercato di caricare su internet il video che aveva fatto la sera precedente. In teoria era una cosa semplicissima- bastava scaricare il video sul pc, crearsi un account, caricarcelo sopra ed aspettare- ma doveva capire se, per aprirsi un account su Xhamster, bisognasse essere per forza maggiorenni. Si scrocchiò le dita, si guardò intorno ed iniziò a cercare

(…)

“Fammi più lo sguardo da porca, dai!”
“Va bene così?”
“No, così sembra che stai trattenendo una scoreggia. Fammi uno sguardo da puttana”
“Tipo questo?”
“NOOO! Ma tu li guardi mai i video porno?”
“Io no. Tu sì, vero? Sei un porco, lo sai?”
“Ecco, brava! Continua così che mi piace”

(…)

Una settimana dopo, avevano scopato. A lei era piaciuto. A lui anche. Lo avevano fatto a casa della migliore amica di lei, durante una festa. Prima di farsi penetrare, gli aveva sorriso, si era tolta le mutandine e si era distesa per terra, vicino alla vasca. Ci aveva steso un asciugamano, sulle piastrelle. Era durato venti minuti. Quando avevano finito si erano baciati, lei gli aveva sorriso e poi si erano rivestiti, erano usciti ed avevano continuato a giocare al gioco della bottiglia. Quella sera, una volta tornato a casa, aveva scaricato il video che aveva fatto sul desktop, gli aveva dato un’occhiata- iniziava con lei che si spogliava e finiva con loro due che si lavavano le mani. In tutto, mezz’ora- ci si fece una sega sopra e decise che era troppo lungo e ripreso male per caricarlo. Poi schiacciò l’icona di Google Chrome, passò in modalità “Navigazione in incognito” ed entrò nel suo account Xhamster. Lo aveva chiamato CumBomb. Ci aveva caricato sei video: quello in cui c’erano sua madre e suo padre che scopavano, un video di sua sorella minore che pisciava ed il primo pompino che le aveva fatto la sua ragazza. In tutto, aveva ricevuto milleottocento visite. Il video della sua ragazza che lo spompinava, era stato commentato tre volte. Sorrise. Ancora altri video e presto, grazie ai banner, si sarebbe ricomprato il cellulare.

(…)

“Ti sto facendo la foto, ti giuro”
“Ma perché mi devi fare una foto?”
“Non posso avere foto di te nuda sul telefono?”
“Guarda che l’ho capito che stai facendo il video. Ma promettimi che lo tieni per te”
“Non lo faccio vedere a nessuno, giuro”

(…)

Si erano lasciati quattro mesi dopo. Lei aveva conosciuto un altro. Lui non aveva voglia di riconquistarla. L’ultima scopata l’aveva filmata. Questa volta le aveva chiesto il permesso. Era uscito un buon video. L’aveva pubblicato un paio d’ore dopo. Dopo quindici minuti dalla pubblicazione, aveva fatto trecento visualizzazioni. Quando si erano lasciati, aveva cambiato il nome del video: ci aveva messo il suo nome, il suo cognome e la sua città. Le visite erano arrivate a mille, poi a duemila. La sera, erano arrivate abbastanza visite da fargli fare dieci euro. Tre giorni dopo, era arrivato a cinquanta euro. Sei giorni dopo, un giornalista de “Il Centro” riportò la notizia sul giornale. Lui lesse il titolo: “Video pornografici di minorenne teramana finiscono in rete. Scoppia uno scandalo. Si cerca il colpevole”. Quando era tornato a casa, aveva visto che le visite erano salite a venticinquemila. Aveva guadagnato seicento euro. Sorrise, chiese il saldo e, in un paio di minuti, gli erano finiti sulla Postepay. Poi chiuse l’account.

(…)

“Ti piace così?”
“Più forte! Devi fare più forte!”
“Ma se faccio più forte, ti rimane il segno!”
“Deve rimanere il segno: questo è il bello!”
“Secondo me, tu sei malato”

(…)

I suoi genitori avevano divorziato due mesi dopo la chiusura del suo canale: sua madre aveva scoperto i video porno, aveva pensato che li avesse messi suo marito  e lo aveva lasciato. Quando il giudice aveva scoperto che suo padre ” aveva” caricato anche video in cui si vedevano parti intime di sua figlia, l’aveva condannato subito per possesso e diffusione di materiale pedopornografico. Adesso suo padre era in galera. Dalla galera, doveva pagare ottocento euro di mantenimento. Sua madre si era messa con il suo avvocato. Sua sorella andava dallo psicologo tre volte la settimana. Lui si era comprato il cellulare nuovo. Un paio di giorni prima, aveva testato la videocamera e adesso stava guardando il video: la figa di sua sorella, ripresa in zoom, era nitida e piena di dettagli. Lo scaricò su desktop, entrò su internet e cercò il modello successivo del cellulare che aveva, ne lesse le qualità. Gli piaceva. Poi lesse il prezzo. Costava il doppio. Ci pensò, si scrocchiò le dita, aprì una finestra di navigazione in incognito e si aprì un account su youporn. Dopo aver caricato il video alzò le spalle. Era tutta colpa dei banner: dicevano che potevi diventare ricco caricando video e lui lo stava facendo. Poi si scollegò, spense il pc e si mise a studiare…

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